Libia, la Cpi getta le basi per futuri processi: compiuti crimini di guerra

mercoledì 6 maggio 13:49 - di Redazione

La Corte Penale internazionale getta le basi per futuri processi in Libia. E punta il dito contro Haftar parlano di “crimini di guerra”.

Una scelta di campo che, in una situazione così delicata, rischia di aggravare le cose in Libia.

La “violenza senza fine” in corso a Tripoli, con l’alto numero di vittime, civili, potrebbe essere equiparata a crimini di guerra, sostiene la procuratrice capo della Corte penale internazionale.

Fatou Bensouda, in un briefing ieri sera davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, punta l’indice in particolare contro i raid aerei. Condotti in Libia dall’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar, con il sostegno di alcune potenze straniere.

Secondo lo statuto di Roma istitutivo della Cpi, “attaccare intenzionalmente civili non combattenti è un crimine di guerra“. Che potrebbe essere giudicato davanti al Tribunale.

Fansouda ha poi denunciato “le gravi e persistenti” detenzioni arbitrarie in Libia. Come gli abusi ed i maltrattamenti nei confronti di immigrati e rifugiati.

Si tratta, ha accusato, di “crimini molto comuni”, nel paese con le vittime che hanno parlato di “metodi brutali di tortura”.

Detenzioni di questo tipo, in assenza di “un giusto processo”, possono sfociare “in omicidi extragiudiziali, torture e diverse forme di violenza sessuale”, ha detto la procuratrice della Corte Penale internazionale.

Bensouda ha poi ancora parlato del “crescente” numero di sparizioni forzate di “attivisti politici, difensori dei diritti umani e giornalisti”.

Sparizioni attraverso le quali, secondo Bensouda, si manda “il messaggio forte che le voci della dissidenza non saranno tollerate”.

La procuratrice ha citato il caso di Siham Sergewa, psicologa impegnata nella difesa dei diritti umani, deputata della Camera dei rappresentanti, sparita nel luglio dello scorso anno.

Infine, Bensouda ha parlato di Seif al Islam Gheddafi, il figlio del colonnello, il cui caso a marzo è stato giudicato “all’unanimità ammissibile” davanti alla Corte penale internazionale.

Ricordando che Seif è stato condannato in contumacia in Libia, la procuratrice ha ricordato che dall’aprile del 2016 non ha fatto alcuno sforzo per consegnarsi. E lo ha definito “un latitante volontario che sta attivamente eludendo la giustizia” in Libia e davanti al Cpi.

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