Il coronavirus ha infettato anche la lingua italiana: tutti gli errori e le parole dette in inglese

sabato 2 maggio 8:57 - di Roberto Mariotti
lingua italiana

«Il virus anglico, il lessico inglese, ha approfittato della pandemia per infettare ancora un po’ la nostra lingua italiana». Lo denuncia Marcella Bertuccelli Papi, che insegna lingua inglese all’Università di Pisa. Ha stilato una sorta di elenco delle parole inglesi di grande diffusione in Italia durante l’emergenza coronavirus, tanto che la docente si chiede scherzosamente “Do you speak Covidish?”.

La lingua italiana e le parole inglesi

Dai “social” e dai “report” giornalistici, ha sottolineato Bertuccelli Papi, «impariamo a tenerci alla larga dalle “droplet” (le goccioline). E discutiamo il “timing” dell’epidemia, le modalità del “lockdown”, la distribuzione dei “kit” per gli esami seriologici». E ancora: «la conversione di alcune strutture a “Covid hospital”, la creazione di “software” per le “app”, con i connessi pericoli di “data breach”». Per non parlare, poi, dei «dubbi sull’affidabilità degli “screening”, e anche dei “termoscanner” (meglio il classico termometro) cui saranno da preferire le termocamere (intese non come camere da letto ma come telecamere) usate anche dagli “hub” dei trasporti».

I vocaboli usati nell’emergenza coronavirus

La lingua italiana è un patrimonio che non va perduto. La professoressa Bertuccelli Papi non si ferma qui. «Intanto gli studenti si attrezzano con “tablet” e altri “device” scolastici oltre a “videotutorial” per “l’e-learning”. Le aziende con lo “smart working” e “l’e-commerce” per salvare il “brand”. Gli economisti chiedono all’Europa “Eurobond”, o “Coronabond”, anche nella declinazione più realistica di “Eurofund”, come suggeriscono le varie “task force” di esperti e tecnici cooptati per aiutarci ad uscire da questa grande crisi. E penseremo finalmente a una fase 2 con tanto di “bike sharing”, menù “contactless” e “digital” al ristorante, sportelli di ascolto per medici e infermieri contro il “burnout”. E “webinar” “sull’undertourism dopo l’overtourism”».

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