Giornalista s’inventa gli attentati della camorra: voleva la scorta come Saviano

martedì 19 maggio 13:06 - di Marta Lima

Voleva emulare Roberto Saviano, diventare un giornalista simbolo della lotta alla camorra, avere la scorta e spiccare il volo verso la notorietà nazionale e internazionale. Ma nel caso di Mario De Michele, giornalista casertano, conterraneo dell’autore di Gomorra, quelle minacce e quegli attentati dei clan camorristici erano solo frutto della sua fantasia. Anzi, della sua organizzazione: se li era fatti da solo. Per questo e per le continue minacce di morte ricevute, al giornalista direttore di ‘Campania Notizie’ era stata assegnata la scorta. Peccato che fosse tutto falso, come quello che aveva dichiarato nel novem bre scorso, quando nella sua auto erano stati trovati 10 proiettili:

“Ero in auto, dei malviventi da un’altra vettura hanno aperto il fuoco. Episodi del genere non dovrebbero accadere ma vado avanti. Non nascondo preoccupazione e paura, voglio esprimere un ringraziamento ai carabinieri e alla polizia che stanno conducendo le indagini”. Queste le parole del giornalista casertano. Poi, il 4 maggio scorso, aveva un’altro agguato contro la sua abitazione a Cesa (altri tre colpi di pistola). Ma Mario De Michele si era inventato tutto.

E ora è indagato per simulazione di reato, calunnia e detenzione di armi da fuoco in concorso con Pasquale Ragozzino, un avvocato di Orta di Atella, che avrebbe fornito una delle armi usate per simulare il reato.

Il giornalista diventato eroe dell’anti-camorra

Nei mesi scorsi, perfino in questo servizio delle Iene, il suo impegno e le minacce ricevute, avevano ricevuto un’eco sui media nazionali.

Il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha già stabilito di proporre all’Ucis di togliere la scorta a Mario De Michele, assegnata in occasione del primo attentato. Così come l’ordine dei giornalisti della Campania che ha deferito al Consiglio di Disciplina dell’Ordine della Campania il giornalista affinché sia aperto un procedimento disciplinare.

La lettera di Mario De Michele ai suoi lettori

Mario De Michele, in un lungo post sul sito di Campania notizie, spiega così il suo gesto:

“Una premessa a scanso di equivoci: non è una resa. È semplicemente la necessità di una persona di staccare la spina per dedicarsi alla propria famiglia, trascurata per troppo tempo, e a se stesso, stremato sotto il profilo mentale e fisico. Perciò mi prendo un periodo di riposo. Una pausa. Al momento non so dire quanto lunga. Ho solo la consapevolezza che si tratta di una scelta indispensabile. Sia chiaro, una scelta non dettata dalla paura o dalla rassegnazione. Per troppo tempo (due anni di fila) sono stato immerso anima e corpo nel monitor del computer. Il lavoro mi ha assorbito h24 soprattutto sul piano mentale. Via via ho perso la bussola delle priorità. Ho smesso di essere padre, marito e figlio. Non ho timore ad ammetterlo, ho perso il senso della realtà. L’ho compreso oggi per ragioni che non starò qui a raccontare. Verrà il tempo per parlarne o forse no. Oggi posso solo dire che a volte il 17 porta bene. Da quest’anno il 17 maggio sarà il mio 25 Aprile. La Festa della Liberazione di Mario De Michele da un ruolo che ha ricoperto senza volerlo ma che poi è diventato un’ossessione, una dipendenza. E come per ogni ossessione e dipendenza, col passare del tempo, si è logorati psicologicamente e fisicamente. Mens sana in corpore sano. Giovenale aveva ragione. Il mio corpo è scheletrico. La mia mente obnubilata”.

Commenti

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  • fazio 19 maggio 2020

    non basta togliergli la scorta la Corte dei Conti deve quantificare il danno erariale effettuato nei confronti dello stato per i soldi spesi per la scorta e gli stipendi dei poliziotti e farseli restituire e se non lo fa quantificarli tramite una pena detentiva.
    Non si scherza con queste cose.

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