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Il professor Roberto Burioni intervistato da Matteo Renzi alla Leopolda a Firenze, 20 ottobre 2018.
ANSA/CLAUDIO GIOVANNINI

Coronavirus più buono, anzi no. I virologi, come al solito, si dividono

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  1. Dwight ha detto:

    Niente più di un virus è in grado di mettere in crisi l’autoreferenzialità della scienza cosidetta e il suo ristretto spazio di visualizzazione che deriva dagli specialismi; con questo non intendo fare discorsi “anti- scientifici”, ma semplicemente dire che la matematizzazione del pensiero e dell’infinitamente dimostrabile introdotta da Cartesio e da essa adottata come vessillo della sua (presunta) incontestabilità, mai come in questo caso vacilli: è infatti insito nella natura stessa di un virus il “riequilibrarsi” per sopravvivere, quindi, pur non abbandonando un approccio “scientifico”, occorre qui una visione più dinamica e d’insieme al problema. La scienza (e gli scienziati) dovrebbe, più umilmente, incominciare a considerarsi ANCHE “conoscenza”: a quel punto le sue conquiste certe ed inoppugnabili si potrebbero sì definire “scientifiche”. Ma ora come ora- mi dispiace- ha dimostrato ampiamente di procedere a tentoni nel buio e non ha garantito in questa pandemia lo straccio di una sicurezza, a nessuno. Anzi, si è lasciata andare ad un pietoso para-piglia fra colleghi, finendo per danneggiare da sola la sua stessa immagine davanti al mondo. Molti di questi virologi sembrano più star televisive che medici. E Tarro ha fatto bene a querelare Burioni: di lui non se ne poteva proprio più. Distinti saluti

di Redazione - 19 Maggio 2020