Ci è arrivato pure il governo: le banche non fanno atti d’amore. Patuanelli: “Alcune non collaborano”

giovedì 7 maggio 13:27 - di Annamaria Gravino
banche

Alla fine l’ha scoperto anche il governo: le banche non sono propense agli atti d’amore. A prenderne atto è stato il ministro per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, nel corso del question time al Senato. Ma dietro questo passo avanti in termini di consapevolezza si nasconde, in realtà, l’ennesimo scaricabarile di Conte & co.

Per il governo è tutta colpa delle banche

Il ministro, infatti, ha sostenuto che “gli effetti del decreto liquidità scontano l’atteggiamento di alcuni istituti bancari che non collaborano come dovrebbero”, aggiungendo poi che “è anche vero che l’impianto normativo funziona”. Insomma, se gli imprenditori italiani sono rimasti a secco non è colpa di una norma così confusionaria e scarsamente incisiva da portare lo stesso presidente del Consiglio a chiedere agli istituti di credito “un atto d’amore”, ma delle banche, che quell’atto d’amore non l’hanno voluto o potuto compiere.

L’Abi costretta a spiegare cosa fare

Nel caos liquidità generato dal decreto, infatti, non si è insinuato solo un possibile – e prevedibile – egoismo di certi istituti, ma anche l’impossibilità per altri di procedere ai finanziamenti. E, infatti, per far sì che quel testo potesse diventare operativo sono state necessarie continue interlocuzioni tra banche e governo e, infine, ancora alla data di due giorni fa una circolare di chiarimento dell’Abi (l’Associazione delle banche italiane) per rendere comprensibili regole e procedure per l’erogazione dei prestiti.

L’impossibilità di accedere ai prestiti

Nel frattempo, molti titolari di aziende si sono visti costretti a inseguire gli istituti di credito, che a un certo punto – come si scopre parlando con diversi imprenditori – hanno diffusamente iniziato anche a smettere di rispondere al telefono e alle email, impossibilitate a dare indicazioni chiare. Altre, invece, hanno “rimbalzato” chi chiedeva prestiti sui Confidi, spiegando che questo avrebbe snellito di un paio di settimane una procedura che altrimenti sarebbe durata un paio di mesi. Nel frattempo le Pmi si sono trovate a corto di liquidità, alcune perfino in condizione di non poter riaprire all’agognato termine del lockdown.

Le banche contano le domande presentate. E quelle evase?

Intanto l’Abi, proprio oggi, ha diffuso i dati sulle domande pervenute, esprimendo “viva soddisfazione”. “L’Abi esprime viva soddisfazione per la nuova accelerazione della crescita quotidiana delle domande di prestiti inviate dalle banche al Fondo di garanzia. Infatti, al 6 maggio, le domande pervenute hanno superato le centomila (103.282), per oltre sei miliardi di finanziamenti richiesti, di cui sono oltre ottantamila (80.873) le domande inviate dalle banche per prestiti fino a 25 mila euro, per oltre un miliardo e settecento milioni di euro di finanziamenti richiesti”. Non è chiaro, però, tre giorni dopo le prime riaperture e 11 giorni prima delle prossime, quante di quelle domande siano state evase. O, meglio, a condizioni date dal governo, quante sia stato possibile evaderne.

Commenti

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  • Sandro Cecconi 7 maggio 2020

    Ecco un altro scienziato del credito. E costui è il Ministro dello sviluppo economico?

    Ma di cazzo sta parlando?

    Torni a casa e inizi a lavorare. Altre braccia rubate all’agricoltura e all’edilizia, ma molto probabilmente gli stessi braccianti agricoli come qualsiasi muratore lo prenderebbero a calci nel sedere soltanto dopo averlo visto all’opera.

    Ecco il male assoluto della nostra Patria: la totale somaraggine pinocchiesca di quella che dovrebbe essere la classe dirigente politica.

    E noi italiani li dobbiamo pure pagare.

    Sono più che incazzato!

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