Caso Palamara, Gasparri: «Nelle sue chat inquietanti rapporti tra Pd e toghe romane»

mercoledì 27 Maggio 16:09 - di Redazione
gasparri

Una miniera, Palamara. Anzi, un grappolo dove ogni “ciliegia” se ne porta dietro un’altra. Di tanto è almeno convinto Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, che ha annunciato iniziative parlamentari per fare luce su quanto sta uscendo dalle chat intercettate sul cellulare della toga indagata a Perugia. Intercettazioni che Gasparri definisce, non a caso, «istruttive». A cominciare da quella che lambisce Giuseppe Pignatone, già procuratore capo a Roma, lasciando intravedere un sottobosco di relazioni più o meno commendevoli tra toghe e partiti.

Gasparri: «Pignatone deve spiegare tante cose»

L’ex-ministro vuole approfondire quel che ha appreso dalla stampa. Soprattutto, vuol capire il significato vero di quel Pignatone che «prima gli parava, il c…» e poi non più. Forse, chiede Gasparri, Palamara «alludeva a un atteggiamento protettivo della procura di Roma e di Pignatone nei confronti dell’allora vertice del Pd?».  Oppure «ci si riferiva a Renzi». Interrogativi inquietanti, più che domande legittime, alla luce delle istituzioni coinvolte e anche della circostanza che vuole Palamara «sul punto di candidarsi» con quel partito. Un’ipotesi verso cui Pignatone, «esprime attenzione», almeno a giudicare, precisa Gasparri, «da quanto si legge nei virgolettati delle intercettazioni». Del resto, incalza il parlamentare, «ci sarà pure una ragione per cui a Roma il Pd è sfuggito a tante inchieste».

«Il leader di Unicost non può pagare per tutti»

E qui la “ciliegina” ha il volto di Nicola Zingaretti. «C’era un rapporto – chiede Gasparri – tra il leader del Pd, la sinistra romana e la procura di Roma? Era Palamara il punto di contatto? E quale è stato il ruolo di Pignatone in quel contesto?». Interrogativi che risuoneranno presto nell’aula del Senato. Gasparri non farà invece denunce. «Mi pare inutile – spiega -, perché è noto il principio che cane non morde cane». In ogni caso, il verminaio va scoperchiato. Non fosse altro perché Palamara, a giudizio del senatore, «non è l’unico protagonista e non può essere lasciato da solo a pagarne le conseguenze». Anche Pignatone deve spiegare molte cose. «Vogliamo capire tante cose su immobili, affitti e vicende che – conclude Gasparri – dovranno essere riviste con trasparenza».

Commenti

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  • Cervohold 28 Maggio 2020

    Tutto regolare, i social-catto-comunisti prima hanno occupato militarmente tutti i gangli vitali dello Stato, tramite la cultura, la scuola e l’università e i concorsi pubblici pilotati dai sindacati e le nomine, poi prese in mano le gazzette con i comitati di redazione e le procure con i magistrati comunisti hanno sistematicamente fatto fuori tutti gli avversari politici in grado di ostacolarli nei loro disegni di potere. Se non vogliamo fare la stessa fine dobbiamo reagire e colpire il tumore alla radice senza pietà per impedirgli di operare a mano libera è in ballo la democrazia.

  • Giuseppe Forconi 28 Maggio 2020

    Se io fossi un boss mafioso……. mi sentirei una pezza da piedi davanti a quello che sta succedendo nei meandri dell’attuale governo.
    Non c’e’ che dire, sono peggiori della stessa mafia.
    Leggere tutti questi nomi e’ una girandola interminabile, come una interminabile catena di anelli saldati tra loro. Altro che rivoluzione, neanche la contro aerea basterebbe per spedirli tutti all’inferno, ma….. ci sarebbe un problema, satana non ce li vorrebbe.

  • Luca 27 Maggio 2020

    All’inizio del 2014 Storace presentò una interrogazione per capire i rapporti intercorsi tra il Segretario della Giunta Regionale e la Procura di Roma.
    Il motivo era la nomina del dirigente dell’area rifiuti della regione Lazio.
    Dopo anni forse c’è una risposta a tale comportamento

  • roberto briganti 27 Maggio 2020

    Il rapporto fra certa magistratura e le sinistre ha radici che affondano lontanissimo.
    I primi a farne le spese sono stati, da sempre , tutti i giovani anticomunisti che perseguitati e perseguiti hanno sempre subito sentenze “esemplari”, anche quando, per fatti analoghi si vedevano protagonisti i sinistri; per molti magistrati, infatti, quelle azioni, erano faziosamente ed indulgentemente giudicati come “ragazzate”.
    Purtroppo allora come adesso, anche chi dovrebbe essere “super partes” gira la testa dall’altra parte e non sente la necessità di provare a ridare un senso alla parola GIUSTIZIA.
    Viva l’Italia!