Tarchi: se prevale la deriva individualistica nell’affrontare la pandemia non andrà tutto bene

sabato 4 aprile 15:37 - di Redazione

Sull’ultimo numero di Diorama letterario, il politologo Marco Tarchi analizza la fase che stiamo vivendo e i sentimenti, le tendenze che si stanno manifestando nel fronteggiare l’emergenza. Sottolinea in particolare che la dimensione comunitaria viene oscurata dall’individualismo insito nell’espressione “distanziamento sociale”.

La deriva individualistica

“Laddove la dimensione collettiva – scrive – ha rifatto capolino, la si è espressa nelle forme vacue e illusorie dell’“andrà tutto bene” o in quelle retoriche e preconfezionate dei discorsi delle “alte cariche dello Stato” di tutti i paesi coinvolti. L’epidemia, come era inevitabile, ha fatto dilagare la paura. E questa volta, per fortuna, nessuno si è azzardato a liquidarla come un espediente dei cattivi populisti per sfruttare le “reazioni di pancia” della “gente”. Ma questo sentimento naturale, di nuovo, è stato mediaticamente orientato quasi esclusivamente in un’unica direzione: quella del timore soggettivo, tutt’al più esteso alla cerchia dei familiari, di essere infettati, finire in ospedale, morire. Ancora una volta comprensibilissimo, ma esente da preoccupazioni per le sorti della propria comunità di appartenenza. La deriva individualistica e privata del dramma di queste settimane è stata del resto fin da subito immortalata dall’espressione che è stata scelta per definire la più immediata delle norme profilattiche da seguire: distanziamento sociale. Due parole dal contenuto micidiale per la vita di un aggregato”.

L’esaltazione dei social

A questa prospettiva individualistica, secondo Tarchi “fa da contrappeso l’esaltazione di tutti gli strumenti telematici e/o virtuali che ci consentiranno comunque, in questo scenario dagli accenti orwelliani, di tenerci “in contatto”. Un contatto via video, in teleconferenza, mediante whatsapp, facebook, twitter, instagram e chi più social frequenta più ne metta. Secondo i creatori di questi copioni, che un tempo si sarebbero definiti fantascientifici ma oggi pretendono di disegnare i contorni obbligatori di una realtà, di qui a chissà quanto tempo non ci si potrà più abbracciare né stringere la mano (occorrerà forse anche un permesso per procedere ad attività che comportano l’abolizione delle distanze, e lo si concederà esclusivamente a fini riproduttivi?), i viaggi e ogni forma di spostamento che crei “assembramenti” saranno messi al bando, ma lo smart working, le lezioni online e le sempre più aggiornate app da cellulare risolveranno ogni problema. Decretando la fine della vetusta epoca degli scambi faccia-a-faccia, meno controllabili e poco igienici”.

Una società di monadi

Lo scenario che ci attende è quello di “una società di monadi. Anzi, per essere più realistici, molte società di monadi, di soggetti chiusi tra le pareti della propria individualità, sparse per l’intero pianeta: ecco quello che l’odierno Zeitgeist sta confezionando. Anche un evento imprevedibile e luttuoso come un’epidemia non fa altro che confermarlo. Aggregati di atomi che concentrano su se stessi ogni cura e preoccupazione e che dall’insieme di cui fanno parti esigono soltanto le prestazioni di servizi a cui ritengono di avere diritto, pensando che il corrispettivo di questa fornitura sia già abbondantemente pagato dai prelievi fiscali”.

Il destino comune

Ma non tutto è perduto.  “Per andare oltre questo livello istintivo, animalesco, dominato dalla sola volontà di sopravvivenza – suggerisce Tarchi – occorrono la volontà e la capacità di riconoscersi negli altri e, assieme agli altri, in un’entità inglobante. Ci vuole, insomma, un’identità collettiva sentita come un arricchimento del nostro essere singolo, come la fonte di un senso meno effimero, più solido e profondo, dell’esistenza che stiamo vivendo. Il modo in cui stiamo affrontando e attraversando la pandemia, obbligati a una non-condivisione (o, nel migliore dei casi, ad una condivisione puramente virtuale) del comune destino, non ci aiuta a costruirla. Può darsi che la difficile fase di impoverimento materiale che ne seguirà, destinata a rendere per molti più chiara la distinzione fra l’essenziale e l’accessorio, inizi ad invertire la tendenza. Possiamo, quantomeno, sperarlo. E cercare di orientare in quella direzione le nostre scelte personali. Sottoponendoci, di passaggio, ad un bell’esame di coscienza per capire se, almeno per noi, alla prova dei fatti conta non tanto e non solo la vita in sé, ma la capacità di riconoscere, difendere e far comprendere a chi ci sta intorno i motivi per cui davvero vale la pena di viverla”.

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