Morte del vicebrigadiere Cerciello: il processo va fatto a chi l’ha ucciso, non a lui

giovedì 30 Aprile 12:54 - di Maurizio Gasparri
Cerciello
Il processo per l’omicidio da parte dei due americani del vice brigadiere dei carabinieri Cerciello rischia di diventare un altro processo mediatico se non, il che sarebbe vergognoso, un processo all’Arma dei Carabinieri. Quanto sta accadendo in relazione ad alcune decisioni dei magistrati, spinge a riflessioni del genere, laddove obbligo dei magistrati è invece quello di condurre un processo avendo come unico obiettivo la verità e la giustizia.
Un processo trasparente, equo e speriamo il più rapido possibile, che punisca in modo severo gli assassini di un carabiniere e non si trasformi in un processo in cui si perde di vista questa priorità è l’auspicio di tutti. Purtroppo alcune scelte della magistratura alimentano più di un dubbio. Ci chiediamo perché, infatti, la Corte d’Assise abbia convocato come perito il dottor Fineschi, lo stesso che si occupò già del caso Cucchi.
Una casualità? Una coincidenza? Comunque una scelta che solleva più di un sospetto.  Non vorremmo che i confini di questo processo, che sembrano ben chiari così come le sue dinamiche, siano completamente stravolti e che poi, alla fine, il processo lo si faccia alla vittima e non a chi lo ha ucciso. Ecco perché non ci stancheremo mai di invocare un processo chiaro, in cui si garantisca giustizia.
Le vittime del dovere non vanno piante soltanto nel momento della loro morte. Vanno tutelate in ogni successivo momento per onorarne la memoria. Anche questo è un principio di democrazia essenziale, al quale nessuno deve venire meno. La memoria di Cerciello e di tutte le vittime del dovere non può essere al centro di scelte quanto meno singolari. Si sta scrivendo il primo atto di un processo importante in cui nessuno deve perdere di vista una cosa fondamentale: un carabiniere è morto mentre stava svolgendo il suo dovere a tutela di noi tutti. Anche di quei magistrati che oggi dispongono perizie psichiatriche, certamente legittime, ma speriamo corrette.

Commenti

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  • Volterra 1 Maggio 2020

    Le vittime del dovere non vanno piante solo dopo morte. Vanno tutelate dotandole di garanzie giuridiche mentre operano, gli devono essere impartite regole di ingaggio – avverso i delinquenti – tali da consentire un esercizio “sereno” della forza, gli vanno assicurati rispetto e discrezionalitá. Soprattutto il loro operato non può essere giudicato da “magistrati demokratici” che utilizzano lo scranno per asservire la giustizia a “certa” politica

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