I rischi della task-force sulle fake news: il confine con la censura è sottile

mercoledì 15 aprile 12:00 - di Andrea Migliavacca

Il 5 Marzo scorso, a tre giorni dal “lockdown”(letteralmente confinamento), col primo dei DPCM, alla Camera dei Deputati, veniva affrontata  l’audizione dalle Commissioni riunite di Cultura e Trasporti, Poste e Telecomunicazioni, per la disamina dei disegni di legge volti ad istituire una Commissione d’inchiesta sulle cd. “fake news”. Più precisamente, una commissione volta a studiare ed individuare i necessari strumenti legislativi che possano contrastare la «diffusione seriale e massiva di contenuti illeciti e di informazioni false attraverso la rete internet, le reti sociali telematiche e le altre piattaforme digitali».

Per chi avesse lo scrupolo di ascoltare gli interventi dei Deputati dei vari schieramenti politici, potrà comprende come ancora siano labili i confini entro i quali si dovrà (o potrà) muovere la Commissione d’inchiesta. Per alcuni – giustamente – non dovrà rappresentare una declinazione della polizia postale; per altri, invece, pur interrogandosi sullo scopo di una tale iniziativa, non dovrebbe considerarsi quale semplice “Osservatorio”, ma dovrebbe essere dotata di un “potere giudiziario”. Rispetto ai quattro disegni di legge, due hanno prevalso, una a firma dell’On. Fiano e l’altra dell’On. Boschi. Alcuni relatori, tuttavia, sembrano incerti. E qui si diramano le tendenze e si moltiplicano le preoccupazioni.

La terminologia adoperata(uniformata alla lingua inglese) è fonte di ulteriore dubbio. Linguaggio d’odio, falsa informazione e disinformazione, oppure opinione sono concetti rispetto ai quali è spesso difficile, anche a livello teorico, affrontare una netta distinzione.

Partendo da nobili concetti quali la coscienza dello spirito critico od il contrasto alla disinformazione ed alla propaganda, che magari proviene dall’estero, per profilare la popolazione ed influenzarne le decisioni, si può passare con uno schiocco di dita alla censura; strumento pericoloso tanto quanto quelli, che si intende contrastare.

In un momento così complesso, qual è quello nel quale, nostro malgrado, stiamo vivendo, ristretti nelle quattro mura domestiche, l’uso di internet si è ovviamente incrementato. Lo è ancor di più da quando uno spot martellante (tanto quello che ricorda le regole comportamentali da seguire in conseguenza del Covid), ci dice che dobbiamo avvalerci del giornalismo qualificato, competente e serio, quello che contrasta le fake news.

È, dunque, dalla rete che dovemmo (o dovrebbero) difenderci, perché potrebbe essere la rete a veicolare  le notizie false, magari con un uso distorto dell’intelligenza artificiale, la quale attraverso i social o peggio coi motori di ricerca a cui siamo soliti ricorrere, per attingere informazioni aggiuntive, ci immette in un labirinto lastricato di buone intenzioni.

Mediante decreto, lo scorso 4 aprile, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri ha istituito l’«Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al COVID-19 sul web e sui social network».

Il pensiero è andato subito a Massimo Mazzucco, giornalista indipendente, e mezzobusto di un canale digitale privato (Contro.tv), oppure Claudio Messora del Canale Byoblu. Entrambi hanno spopolato sui social, con le loro inchieste e con le loro osservazioni, in controtendenza rispetto ai media “certificati”. Una lettura alternativa, o meglio una diversa opinione, rispetto ai fatti, che i mezzi di comunicazione di massa ci offrono. Hanno scatenato attenzione e preoccupazione, sia nei confronti di coloro che non hanno opinione, se non mediata dall’informazione tradizionale, sia negli oppositori, che – su basi scientifiche, o semplicemente per il loro disallineamento – ne hanno chiesto la censura. Costoro non hanno bisogno di un difensore d’ufficio, ma se con le loro opinioni, seppur sbagliate, hanno rispettato la legge (vigente) e le norme di deontologia, andranno protetti.

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