Jerry Calà a cuore aperto, tra paura del coronavirus e caos: la mia “grande libidine” è l’affetto del pubblico

16 Apr 2020 11:57 - di Salvatore Bucolo
Jerry Calà dalla sua pagina Facebook

Jerry Calà, il coronavirus. Il passato artistico, la gavetta e il successo coi Gatti di Vicolo Miracoli. Lo sguardo sul futuro. Calogero Alessandro Augusto Calà è un catanese. Un attore, un regista, un comico, un cabarettista, uno sceneggiatore. Ed è pure un bravo cantante italiano. Attivissimo sui social e specialmente su Instagram, dove ho avuto modo di conoscerlo per mezzo di una sua diretta, realizzata dalla sua abitazione a causa del coronavirus. In quell’occasione, ho avuto modo di proporgli questa intervista.

Jerry, cosa ne pensi del coronavirus?

Ne penso malissimo. È un disastro che non mi sarei mai neppure immaginato di vivere. Mi ricordo quando i miei genitori mi raccontavano delle loro difficoltà durante la Seconda Guerra Mondiale. E anche degli stenti del Dopo-Guerra, quando mi auguravano di non vivere mai delle esperienze cosi negative. Certo, loro mai avrebbero potuto immaginare un evento così infausto. Una guerra contro un nemico invisibile, che per alcuni versi è pure peggiore di un vero e proprio conflitto armato!

Come ha fatto un nipote di tassista. I figlio di un ferroviere. Un ragazzo dell’estremo Sud, ad affermarsi in un mondo assai difficile qual è quello del cinema e dello spettacolo?

Con tanta fortuna e tanta volontà. Sono partito da Catania che ero un bambino. Assieme ai miei genitori ci siamo trasferiti a Milano. Poi a Verona, dove al Liceo ho conosciuto i miei amici “I Gatti di Vicolo Miracoli”, con i quali poi siamo riusciti a realizzare una grande avventura artistica.

Quali sono i ricordi che ti vengono in mente quando si menzionano “I Gatti di Vicolo Miracoli”?

Tanta gavetta e ricchi ricordi di 13 anni di vita vissuta assieme. Noi “Gatti” vivevamo tutti in una grande casa di Milano. Cucinavamo. Facevamo le prove, feste con amici. Erano anni molto belli. Ho dei ricordi meravigliosi con Umberto Smaila e di tutti gli altri… le nostre indimenticabili uscite notturne… che bei ricordi, che bei tempi.

Hai nostalgia degli anni ’80?

La nostalgia non mi appartiene. Amo vivere il presente e pensare al dopo. Ovviamente li ricordo con grande entusiasmo perché mi hanno dato il successo! In merito mi piace ricordare una canzone di un mio caro amico, che purtroppo non c’è più: Pierangelo Bertoli. Lui diceva: «Vivo con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto sul futuro».

Cosa ne pensi del cinema italiano di oggi?

Penso che sia un cinema chiuso in se stesso. Il cast dei film si ripete troppo spesso. Non vi è apertura verso nuovi attori. Non si dà spazio ai giovani.

Qual è l’emozione più bella che la vita ti ha regalato, oltre a quella della nascita di Johnny?

Si Johnny è indubbiamente la più grande! Ma un’altra emozione bellissima mi è stata data in teatro, nello specifico quando sono riuscito a riempirlo e a trattenere da solo per due ore il mio pubblico. Sentire tutte le risate e gli applausi, che erano dedicati alla mia persona, mi ha dato un’emozione grande, che mai potrò dimenticare.

Il 7 febbraio 1994, durante la fase del montaggio di Chicken Park, resti vittima di un grave incidente stradale a Verona. Rischi di perdere la vita a causa della rottura dell’arteria femorale. Su cosa ti ha fatto riflettere quella bruttissima disavventura?

Mi ha fatto ripensare ai veri valori della vita. Quando vedi in faccia la morte, come me in quella notte, la classifica dei valori della vita si resetta. E da lì inizi a dare precedenza alle cose veramente importanti della vita stessa. Dopo quel 7 febbraio 1994 tante cose futili le ho fatte sparire. Ho iniziato a mettere al primo posto la famiglia, il lavoro e gli amici. La fama e il successo, che avevano offuscato le cose più importanti, le ho messe subito di lato.

Dopo quasi due mesi d’ospedale e sei sulla sedia a rotelle, nel 1995 esce il film di cui curi anche la regia, Ragazzi della notte, ambientato nelle discoteche sul Lago di Garda. Un film col quale ti riallacci al genere drammatico. L’opera approda nelle sale in 40 copie e incassa quasi un miliardo di vecchie lire. Due anni dopo torni dietro la macchina da presa col film Gli inaffidabili, interpretato assieme ai ritrovati Gatti di Vicolo Miracoli. Successivamente ti allontani dal mondo del cinema, lanciandoti come cantante e showman in una serie di spettacoli che, attraverso le colonne sonore dei tuoi film più celebri, ripercorrono la tua carriera mischiando musica e cabaret. Il nuovo mestiere si è rivelato gratificante?

Si. Prima ero abituato a fare gli spettacoli assieme agli altri e da qui in poi sono passato a un genere diverso e più gratificante, per alcuni versi, anche del cinema. Un qualcosa che ha messo me al centro di tutto. Andare la sera a fare gli spettacoli dal vivo e vivere gli abbracci. L’affetto diretto del pubblico, che ti chiede l’autografo, vivere assieme a loro delle forti emozioni direi che sia: «Una grande libidine»!

In questa società affetta da pandemie, da gravose crisi economiche, il futuro di Johnny ti preoccupa?

Moltissimo. Il più grande pensiero in questo periodo è il suo futuro e quello dei suoi coetanei. La vita a me ha dato tante soddisfazioni. Quest’anno compirò 50 anni di carriera e pensa che, prima dell’avvento del coronavirus, era già stato programmato per settembre, presso l’Arena di Verona, un grande spettacolo intitolato: “Gerry Calà e Friends”. Uno show che spero, superata la pandemia, si possa realizzare!

Secondo te la politica può fare ancora qualcosa per la nostra Nazione?

Sono molto confuso! Se debbo essere sincero non ho mai avuto grandi certezze sul piano politico. E in questo periodo, che sono costretto a stare in casa, ascolto molto la tv, telegiornali, trasmissioni, dove si parla molto di questa crisi. Ma mi sembra di capire che loro sono più confusi di me. E questo non mi da tanta fiducia e serenità!

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