Calcio, da Beckham a Messi: quando il tatuaggio racconta la storia di un campione

11 Apr 2020 18:41 - di Redazione
Tatuaggio

Da Beckham a Messi passando per Maradona, Totti e Gascoigne. Il tatuaggio è oggi quasi un “marchio di fabbrica” dei calciatori. Anzi, un segno distintivo del look degli idoli di milioni di tifosi in tutto il mondo. Ma non è proprio così perché ogni tattoo racconta una storia a sé. Questa, almeno, è la chiave di lettura suggerita da Cristiano Riccio, ex-ultras della Lazio, attraverso il suo libro Calcio, tatuaggi e…, giunto alla sua terza ristampa. In principio – rievoca l’autore – fu David Beckham con la sua croce alata sulla nuca. In Italia, a simboleggiare il campione tatuato è l’interista Marco Materazzi. Riccio lo conosce bene. Entrambi romani, abitavano nello stesso quartiere. «Il suo primo tatuaggio – ricorda – furono delle ali immense sulla schiena per ricordare la madre».

I ricordi di Cristiano Riccio, autore di “Calcio, tatuaggi e …”

L’idea di Riccio è ben strutturata. «Il mio obiettivo – spiega – è raccontare il calcio non per le gesta sportive ma scavando dal tatuaggio all’uomo che c’è dietro». Nella galleria non poteva mancare Diego Armando Maradona. Come tatuaggio aveva il volto di Che Guevara, argentino come lui. Il libro racconta anche  «l’equivoco del “gladiatore“». In questo caso il protagonista è Francesco Totti. Il capitano giallorosso se l’era fatto tatuare sull’onda del successo del film di Russel Crowe. «Ma l’attore – ricorda con una punta di perfidia Riccio – era simpatizzante della Lazio perché all’epoca giocava con noi Mark Fish, australiano come lui». La rivalità tra i due club della Capitale creò qualche problema di accoglienza a Vincent Candela. Aveva un’aquila, simbolo della Lazio, disegnata sulla schiena. Il tatuaggio sortì sui dirigenti della Roma che l’avevano ingaggiato, lo stesso effetto che l’aglio sui vampiri.

Il tatuaggio del “numero 13” in ricordo di Davide Astori

Per l’autore, tuttavia, «ci sono anche messaggi molto profondi dietro un tatuaggio». È il caso di Messi: da bambino era affetto da nanismo. Il padre spese molti soldi per farlo curare. «Leo – racconta Riccio – è molto credente e lo manifesta anche attraverso il suo tatuaggio, il volto di Gesù con la corona di spine sul tricipite». Ma una menzione merita anche il tatuaggio del numero 13, a cui l’ex-ultras si sente «molto legato». Ricorda Davide Astori, il capitano della Fiorentina morto improvvisamente per una malformazione cardiaca che nessuno aveva rilevato. Ce l’anno tatuato Pioli, i giocatori viola e tanti tifosi della Curva Fiesole. «Per me – conclude Riccio – questo gesto è un “ponte” che ha avvicinato il mondo miliardario dei calciatori alla gente comune».

 

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