Aveva documentato la strage in Cina: giornalista in quarantena punitiva

23 Apr 2020 14:28 - di Redazione

Effetti collaterali del regime post-comunista. Effetti che coinvolgono anche la stampa libera, ai tempi del coronavirus. Un giornalista cinese, Li Zuhan, è  stato costretto a trascorrere quasi due mesi di quarantena per aver “raccontato” il coronavirus e documentato la strage in Cina. Il giornalista era scomparso a febbraio da Wuhan dove aveva documentato, con video, la reale diffusione dell’epidemia. Si è saputo solo oggi che le autorità cinesi lo avevanocostretto a un isolamento di quasi due mesi, prima a Wuhan e poi nella sua città d’origine, “per essersi recato in zone sensibili”. La vicenda è stata resa nota dallo stesso Li con un nuovo messaggio. In un video aveva documentato anche il suo inseguimento e successivo arresto da parte della polizia, lo scorso 26 febbraio. Da allora non si avevano più sue notizie.

Nelle scorse settimane della vicenda era stato investita anche la Farnesina, con un appello dei Radicali italiani affinché Di Maio intervenisse su Xi Jinping per chiedere notizie sul giornalista “scomparso”.

“Noi abbracciamo idealmente il popolo cinese, non il regime di piazza Tienanmen”, aveva scritto Maurzio Bolognetti, Segretario Radicali lucani e membro del Consiglio generale del Partito Radicale, in un tweet indirizzato al ministro degli esteri. Bolognetti aveva iniziato anche uno sciopero della fame, ol 10 marzo. “Uno sciopero per la democrazia, i Diritti, Giustizia e la Verità sulla vicenda Lì Zehua”.

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