55 morti su 200 ospiti: strage di anziani nella Rsa di Corvetto. I parenti: zero mascherine, via vai di gente, salme scambiate…

11 Apr 2020 19:39 - di Redazione
Casa di riposo per anziani foto Ansa

55 morti su 200 ospiti: è una vera e propria strage di anziani quella registrata nella Rsa del quartiere milanese di Corvetto. I numeri, potenziali, fanno spavento: 55 decessi su 200 pazienti alla Rsa Casa per Coniugi di Milano. Numeri che non hanno tutti il marchio certificato del Covid-19 (per la direzione sono 21 sospetti Covid e 3 accertati Covid) ma fanno lo stesso gridare allo scandalo i parenti dei morti. Numeri e accuse che la direzione respinge al mittente, assicurando d’aver fatto tutto il possibile. E anche di più, per arginare un virus che in pochi giorni ha colpito ovunque dentro la struttura sanitaria. È un botta e risposta durissimo quello tra i familiari e i vertici della Rsa milanese. Cominciamo con le accuse dei parenti delle vittime, a seguire le risposte, le smentite e le spiegazioni della direzione.

Strage di anziani nella Rsa di Milano: 55 morti su 200 pazienti

Partiamo con Marina (nome di fantasia, ci chiede di mantenere pubblicamente l’anonimato), 53 anni il primo aprile. Lei ha perso il papà. «L’ultima volta che ho sentito mio padre era tranquillo. Mi ha chiesto quando sarei andata a trovarlo, gli ho risposto “dai che il 3 aprile sarò lì e ti metto a posto io. Non ti preoccupare. Ti faccio anche la barba”. L’ho chiamato l’indomani, mi ha detto “va tutto bene, non ti preoccupare, mi tengono a letto”. Ma poi, due giorni dopo mi chiamano dall’Rsa dicendo che si era aggravato. Mi concedono di andare in struttura. Il 3 aprile sono andata a prenderlo per seppellirlo. Me lo hanno riconsegnato in una bara. La situazione non era come ce la raccontavano». Siamo in via dei Cinquecento 19, quartiere Corvetto. Assieme alla struttura di fronte, la Virgilio Ferrari, la Casa per Coniugi è gestita dalla cooperativa Proges di Parma. Ed entrambe sono sotto la direzione della dottoressa Claudia Zerletti. È in queste due strutture che si conta un alto numero i anziani deceduti a Milano. Come raccontano molti dei parenti con i quali l’Adnkronos ha avuto modo di parlare. Alla Casa per Coniugi, ad esempio, molti sono morti in una manciata di settimane. I numeri sono da capogiro. Anche se restano una goccia nell’oceano se confrontati con quanto sta accedendo in tutta la Regione Lombardia, dove nelle case di riposo si contano oltre 1.800 morti, con lo tsunami coronavirus che ha travolto centinaia di anziani.

Le accuse dei familiari delle vittime

A detta della signora Marina «chi mi ha accolto per dirmi che papà era morto era senza guanti, senza mascherina, col camice aperto. Quando gliel’ho fatto notare se ne è andata senza darmi spiegazioni. Nella struttura dicevano che andava tutto benissimo. Che i nuclei (i diversi reparti, ndr) erano blindati. E che non dovevamo preoccuparci perché i nostri cari erano nelle loro mani. Ma quando sono andata a trovare mio padre, i nuclei erano tutti aperti, nessuno aveva i dpi. C’erano infermieri con indosso i camici dei parrucchieri. Ieri sono andata a ritirare gli effetti personali di papà e la porta anti-panico era aperta. Entravano e uscivano operatori, nessuno aveva guanti o mascherine». Dalla direzione, sottolinea Marina, nessuno è ancora stato in grado di dirle perché suo padre è morto. Tra gli anziani che si trovano attualmente nella Casa per Coniugi c’è poi la mamma di Giovanna: «Sta bene per fortuna, ha 92 anni – racconta Giovanna – è lucida e ha il suo telefonino con sé. La sento ogni giorno, ma ogni mattina mi chiedo se mi risponderà ancora. Molti operatori si sono ammalati. Molti sono positivi e si curano da casa. All’inizio non c’erano guanti e camici». Critiche alla dirigenza: «Tutti abbiamo tentato di parlare e far arrivare ogni tipo di allarme. Soprattutto all’inizio, ma siamo stati minacciati di non mettere troppo le mani in questa storia. Ci dicevano che stavano facendo il massimo e lavoravano h24. Ma ancora oggi non sappiamo esattamente cosa stia accadendo lì dentro».

La Regione Lombardia ha istituito una commissione di inchiesta sulle Rsa

La Regione Lombardia ha istituito una commissione di inchiesta sulle Rsa. E il comune di Milano ha nominato l’ex magistrato Gherardo Colombo: «La Regione e tutti gli organi avrebbero dovuto pensarci prima. Ma siamo soddisfatti perché ora il bubbone è scoppiato – osserva Giovanna –. Abbiamo scritto a Gallera. Al sindaco Sala. All’assessore alle Politiche sociali, nessuno ci ha risposto. L’unico che lo ha fatto è stato il parlamentare europeo Pierfrancesco Majorino. Ieri ci ha confermato di aver scritto al Prefetto e al governatore, ne siamo molto contenti. Dobbiamo salvare quelle poche anime che stanno ancora lì e stanno bene». A pagare il prezzo più alto, nella Rsa di Corvetto è stata sicuramente Elisabetta, che ha perso entrambi i genitori di 93 anni. «Condividevano la stanza – spiega –. Dopo una settimana dal primo caso accertato nella struttura, mia madre ha iniziato ad avere un po’ di febbre altalenante e venerdì 27 marzo è deceduta. Mio padre è rimasto sempre in camera con mia madre, e se ne è andato dopo qualche giorno. Per i dirigenti si tratta di due sospetti Covid, ma certezze non ne hanno». Quando i genitori si sono ammalati, Elisabetta ha avuto il permesso di andare nella struttura: «Lì dentro ho visto cose assurde – dice – i sistemi di protezioni erano inesistenti. Ospiti che avrebbero dovuto restare nelle loro camere giravano indisturbati. Le porte erano tutte aperte. Ci hanno raccontato barzellette».

Anche un terribile scambio di salme…

I due feretri sono stati portati vicino Torino per la cremazione perché a Lambrate, dove vive Elisabetta, non c’è posto. «Quando è morta mia madre c’è stato un episodio gravissimo per il quale ho scritto una mail di fuoco alla direttrice – racconta Elisabetta – è stata scambiata la salma di mia madre con quella di un’altra ospite che era morta a poche ore di distanza. Le salme erano nella stessa camera ardente e hanno fatto confusione. È inaccettabile». La direzione delle due strutture, raggiunta dall‘Adnkronos, rimarca la correttezza dell’azienda. «Smentiamo categoricamente ogni tipo di accusa – sottolineano – tutti gli ospiti sintomatici vengono isolati a padiglioni o a piani. Quelli che giravano evidentemente potevano farlo. Dalla prima delibera del 3 marzo scorso abbiamo adottato tutte le delibere che ci sono state indicate dalla Regione, isolando i sintomatici. I tamponi fino ad oggi non sono stati fatti dall’Ats e, tranne per chi ha avuto tampone in ospedale, parliamo ancora di sintomatici».

La battaglia legale è solo all’inizio

Quanto alle denunce dei familiari dei deceduti su una presunta inadeguatezza e mancanza di dispositivi di protezione individuale la direzione spiega che «anche nei momenti di massima carenza sul territorio nazionale siamo sempre riusciti tramite i nostri canali più disparati a reperire sempre mascherine e camici nella quantità necessaria. Nelle situazioni in reparti non direttamente esposti a ospiti positivi, per breve tempo abbiamo utilizzato camici che ci erano stati donati da un’azienda, consapevoli del fatto che non siano destinati a uso ospedaliero. Li abbiamo usati in una situazione di assoluta emergenza. Ogni giorno tutta la struttura viene sanificata e tutte le procedure ricevute sono state sempre messe in atto». Ma la battaglia legale è solo all’inizio.

 

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