Imprese in ginocchio, viaggio tra i “capitani coraggiosi” vittime di uno Stato vampiro

5 Mar 2020 15:13 - di Gloria Sabatini
imprese

Imprese e capitani coraggiosi che ancora tengono botta. Ma fino a quando? Sono i piccoli e i medi imprenditori, spina dorsale della nostra economia, ormai sull’orlo del tracollo. Sono bottegai, negozianti, albergatori, ristoratori, operatori turistici e culturali.  A quando una cura da cavallo anche per loro? Se lo chiedono da giorni in un tam tam di denunce, appelli sui social, iniziative in rete.

Imprese in ginocchio, ma lo Stato che fa?

Capitani coraggiosi che in pochi ascoltano davvero. Sono quelli che “inventano” dal nulla un’attività, che sperimentano, che rischiano in proprio. Quelli alle prese ogni mese con una pressione fiscale da capogiro e una burocrazia nemica. Che uccide quel poco che resta di buon senso e snellezza. In un settore dove la velocità di iniziativa e di risposta è tutto.

Sono loro le prime vittime dell’allarme coronavirus. Che in poche ore, “grazie” a un governo di improvvisati narcisi, hanno visto vacillare tutto. Perché così non ce la fanno. Con i pannicelli caldi del decreto Conte non resistono. L’onda d’urto è troppo forte e senza una risposta eccezionale a un’emergenza eccezionale un intero settore rischia la scomparsa.

L’allarme è nazionale, serve una cura choc

L’allarme è nazionale e i contraccolpi economici si propagano più veloci del virus. Non solo nelle zone rosse. Tutto lo Stivale è nella morsa della stagnazione. Centri storici semi-deserti, bar semivuoti, ristoranti senza prenotazioni, alberghi assaliti dalle disdette. Da giorni fioccano le cifre della stagnazione. Qualche rapido servizio televisivo sulla crisi delle imprese. Qualche sbadato titolo messo lì e la grande stampa archivia la pratica dei capitani coraggiosi. Massacrati da tasse e leggi rompicapo, sbandierati come esempi virtuosi di resilienza davanti alle telecamere, dimenticati dalla politica al momento delle scelte. Ogni ora che passa è una serranda che cala.

Barbara: così non ce la facciamo più

«Così non ce la facciamo più», dice Barbara titolare di una piccola impresa della Capitale. Messa su da sola quasi venti anni fa. Tre dipendenti fissi, un piccolo show room in periferia. Stipendi, affitti, tasse e balzelli. Ogni mese. Adesso rischia seriamente. «Ma se questo mese non fatturo nulla che cosa devo pagare?  La gente è terrorizzata e ne stanno risentendo tutte le attività. Specialmente se non si lavora un genere di prima necessità, il governo deve aiutare tutte le categorie come raccatta tutto il mondo e lo mantiene a spese nostre». Paola la mette già ancora più chiara: «Chiudiamo i porti invece che le attività. Come camperanno questi cristiani se non lavorano? Si pensa a spostare i pagamenti… Ma poi arrivano. E quello che non hai lavorato per giorni e giorni chi te lo ridà e i titolari cosa mangiano?».

«Senza fatturato», ripete da giorni Eugenio,  ristoratore esperto, «cioè gli incassi, come si pagano stipendi, affitti e fornitori?». È furioso con l’Inps e lo Stato vampiro. E racconta che ha dovuto versare subito “tutto” all’Inps. «Pena la restituzione di quanto detratto per l’assunzione di un dipendente precedentemente disoccupato. Capito? Subito!». «Io ho preferito chiudere qualche giorno e raccogliere le idee», dice Gianluca, giovane titolare di una pizzeria-pub. Chiudere? È disperato ma scherza mostrando una birra. «È meglio dell’Amuchina no?». Già le cose non andavano bene: troppa concorrenza, troppe spese. E un po’ di inesperienza. Poi il panico da coronavirus ha fatto il resto.

E il turismo? La nostra miniera d’oro? Qualche clamoroso errore nella comunicazione, gli stop  and go del governo, le pericolose performance di Conte e già si prevede il crollo di 100 milioni di turisti per la prossima estate. Gli esperti parlano del 70 per cento di cancellazioni. Musei chiusi, mostre rinviate, iniziative culturali cancellate. Un intero fatturato in fumo. «Fa male al cuore», dice Maria, guida turistica. «Le scuole mi hanno comunicato di aver cancellato tutte le gite di istruzione in programma. Eravamo pronti da mesi…».

L’opposizione: serve un piano straordinario

Così il sistema non regge. Qualche idea l’opposizione ce l’avrebbe. Fratelli d’Italia e Lega invocano un grande piano europeo che permetta di sforare il rapporto deficit-Pil. E renda utilizzabili i fondi europei non spesi. Poi la sospensione dei mutui per famiglie e aziende delle zone colpite. La cassa integrazione estesa al settore del turismo. Il taglio delle tasse generalizzato. L’abolizione di norme-truffa come le fatture elettroniche e la tracciabilità del contante. Il reinserimento dei  voucher per aiutare le imprese a fronteggiare l’assenza di organico. Ma le tessere di partito non c’entrano. C’entra il buon senso. E un po’ di amore per l’Italia. Se il governo non si sveglia stavolta i forconi sono dietro l’angolo.

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