Gianni Mura: giornalismo in lutto per la scomparsa della storica firma di calcio e ciclismo

sabato 21 marzo 17:06 - di Tano Canino
Gianni Mura

Gianni Mura, giornalista e scrittore, se ne va all’improvviso. Nel bel mezzo del coronavirus che blocca tutto. Sport compreso. E perciò blocca anche lui che di sport scrive da sempre. Non solo, ma soprattutto. Noto e stimato. Con quel nome uguale a quell’altro Gianni. E quel cognome che pur’esso lo ricordava. Gianni Mura come Gianni Brera? Non proprio. Altra classe, non solo di nascita. Noi non l’abbiamo mai conosciuto Mura e siamo anche certi di essere abbastanza distanti dal suo pensare politico. Ma, a naso, siamo più che sicuri che quel paragone, quel dirlo “allievo” del pavese re dei neologismi, l’avrà certo lusingato, ma mai convinto. Perché onestamente non c’é paragone. Come non ce n’è tra un Montanelli Indro e quant’altri di questo mestiere oggi vivono. C’è stata la passione, probabilmente uguale. Per il racconto dello sport e l’amore per la buona cucina. Con cotanta mole, anch’essa simile. L’arguzia e la capacità di farsi leggere, pure. E basta, però. Tanto quello, Brera, immaginifico e inarrivabile, tanto questo, Mura, concreto e caustico. “Dal 1976 storica firma di Repubblica” recita ora il coro dei coccodrilli. Chissà se e quanto consapevoli di quel ghigno che gli si può sempre leggere nelle foto che lo ritraggono. Un malore improvviso. Il punto esclamativo alla sua esistenza: infarto e ciao. In ospedale, ma senza fila al pronto soccorso e senza quella devastante polmonite che al Creatore ne sta spedendo in tanti. Milanese del 1945, Mura ha scritto di gusto sullo sport e l’Italia degli ultimi decenni. Calcio e ciclismo il suo terreno di caccia preferito. Con incursioni ragionate nel racconto, nel romanzo. Come con quel “Giallo su giallo” che nel 2007 gli valse il  Grinzane. Non era quell’altro Gianni, no. Ma è un peccato che se ne sia andato. Ci sarebbe piaciuto leggerlo ancora. Davvero.

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