Per le città si fa poco o niente. E per il reddito di cittadinanza si stanziano 9 miliardi

sabato 15 febbraio 11:43 - di Guido Castelli

La città è il luogo dove la persona nasce, cresce, costruisce e vive. Contribuisce a formare l’identità delle persone che la abitano. Al tempo stesso riceve la sua identità da quelle stesse persone che l’hanno costruita. Le città non sono tutte uguali, hanno una propria origine, ragione e storia.

La città e il suo ruolo nel futuro

Ricordarlo non è banale nel tempo in cui alla città viene affidato un ruolo decisivo per il futuro della nostra avventura planetaria. Il teorico della globalizzazione e della società liquida, Zygmunt Bauman, lo aveva scritto prima che il XXI secolo fosse indicato come il “secolo delle città”. «La città è contenitore di ansie e aspettative generate dalla globalizzazione. Ma al tempo stesso è il campo su cui affrontarle, nel concreto e nel reale». Un destino che è ormai indicato come condizione per uno sviluppo sostenibile dell’intero pianeta. Uno dei 17 obiettivi (per essere precisi il n.11) indicati nell’Agenda di Sviluppo 2030 dall’Assemblea delle Nazioni Unite riguarda proprio la città e il suo sviluppo urbano “sostenibile, inclusivo e resiliente”.

Le parole di Roger Scruton

Ma è nelle parole di Roger Scruton – indimenticabile testimone della cultura e dell’identità occidentale – che la città, e la sua evoluzione – anche architettonica – sta al centro di ogni visione di futuro. «In Occidente, il modernismo architettonico fu introdotto con le fanfare della propaganda globalista dalla Bauhaus e da Le Corbusier. Interpretarono il nuovo stile architettonico sia come simbolo sia come strumento di una rottura radicale con il passato. Tale architettura fu concepita nello spirito del distacco dal luogo, dalla storia e dalla propria dimora. Fu lo “stile internazionale”, un gesto contro lo stato-nazione e la patria. Un tentativo di ricreare la superficie della terra come un singolo habitat uniforme dal quale le differenze e i confini sarebbero finalmente scomparsi».

Tra mantenimento e decadenza

E aggiungeva: «In Europa – particolarmente in Italia, Francia e Spagna – si è contrastato lo stile internazionale. Le chiese dominano l’orizzonte e le strade sono ancora fiancheggiate da facciate a misura d’uomo. Uno sforzo consapevole è stato fatto per mantenere il carattere sia delle città sia delle regioni. Esse definiscono un’esperienza di patria, e che la patria è ciò verso cui la fedeltà del cittadino è in debito. […] In Medio Oriente, invece, laddove la terra è distribuita dai governi e i piani regolatori sono inesistenti o ignorati, il panorama e la veduta delle città sono stati deturpati fino a diventare irriconoscibili».

Il World Urban Forum

Nei giorni che seguono il World Urban Forum vale la pena di porsi la domanda se le città dispongano in Italia degli strumenti per assolvere a quarto compito così impegnativo. A dispetto di quanto stabilito dall’articolo 5 della nostra Costituzione, le nozioni di decentramento e autonomia – che sono la condizione per dare alle città italiane quel ruolo di propulsori di crescita e di garanti della protezione sociale – sono stati in questi ultimi anni disattesi e vilipesi. Prima da quella contrazione di risorse economiche e finanziarie che meglio ultimi 8 anni ha fatto mancare 12 miliardi di euro dai bilanci dei Comuni. E poi da una normativa molto più che rigorosa, che si è manifestata in una tendenza alla iper regolazione delle procedure di spesa implicitamente orientata alla pratica della più feroce (ed unica) spending review che si sia praticata in Italia negli ultimi anni.

Le nuove regole

La storia è nota ma vale la pena ricordarla. Nel 2012 in Italia si è proceduto (senza che fosse obbligatorio) alla costituzionalizzazione dei principi del Fiscal Compact. Con la legge n. 1/2012, in particolare, sono stati modificati gli artt. 81, 97, 117 e 119 della Costituzione e ciò al fine di rendere coerente tutte le regole di finanza delle pubblica amministrazioni e conseguentemente armonizzarle con l’ordinamento europeo. Le nuove regole – ispirate all’esigenza di esaltare il vincolo di coerenza con l’ordinamento europeo in merito ai principi della finanza pubblica – non hanno solo intensificato i vincoli europei sulle politiche nazionali di bilancio. Esse, all’interno dello Stato italiano, hanno anche determinato di fatto una nuova gerarchia, in senso neo centralista, tra i livelli di governo. Ne è derivata una modifica della nostra costituzione materiale che ha provocato una torsione di principi, come quello della leale collaborazione che da sempre hanno rappresentato il “lubrificante” dei rapporti tra i livelli di governo. In questo quadro, inevitabilmente, si è prodotta una sempre maggior giurisdizionalizzazione delle attività amministrative dei Comuni.  Tra interventi della Corte dei Conti, sentenze della Corte Costituzionale e pronunce della Corte di Giustizia UE (occhio alle conseguenze di quella recentissima sui ritardi di pagamenti a carico dell’Italia !)  il sindaco si ritrova a operare nei panni di un “capo ufficio”, privo di una reale possibilità di promuovere politiche pubbliche in condizione di ragionevole autonomia ma chiamato ad adottare azioni imposte da norme di rango superiore.

La città e l’eclissi della democrazia

È l’eclissi della democrazia rappresentativa nella dimensione locale. Un’ altra lesione inflitta alla sovranità. Non passerà molto che qualcuno invocherà un algoritmo al posto del Sindaco. Il paradosso è qui:  nel momento storico che prevede una crescente urbanizzazione e individua nella città il motore dell’inclusione sociale, a livello locale in Italia assistiamo alla paradossale sottrazione di spazi alla politica e alle sue scelte. E’ in fondo un problema di democrazia, nel senso più profondo del termine. Santa Caterina da Siena, che di politica si intendeva, ricordava che la cosa pubblica è «signoria prestata»: «Sono le signorie de le cittadi o altre signorie temporali le quali sono prestate a voi e agli altri uomini del mondo, le quali sono prestate a tempo, secondo che piace a la divina bontà, o secondo i modi e i costumi de’ paesi». La Città è data in prestito agli amministratori locali che, al termine del loro mandato, devono restituirla migliorata. Difficile raggiungere l’obiettivo indicata dalla Santa domenicana se viene  svuotata la possibilità di azione dei Sindaci. Diciamolo con un pizzico di rozzezza solo apparente: per assicurare il ruolo richiesto alle città – tanto dalla copatrona d’Europa che dall’ONU –  ci vogliono risorse. È un fatto di scelte. Se nel bilancio dello Stato è stato possibile stanziare 9 miliardi per il reddito di cittadinanza, non si vede perché non si possa trovare almeno un miliardo per i Comuni e le comunità. Negare queste risorse vuol dire rinunciare ad un pezzo della nostra identità e un consistente investimento nel futuro.

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