Fragalà, 10 anni fa l’omicidio. Ucciso dai clan per il suo impegno antimafia. A marzo la sentenza

martedì 25 febbraio 20:05 - di Paolo Lami
FRAGALA' , Un immagine tratta dal video dei carabinieri sull'omicidio dell'avvocato Enzo Fragalà

Sono passati dieci anni esatti da quel 23 febbraio 2010, quando un killer mafioso bastonò a morte a Palermo, all’uscita del suo studio legale, Enzo Fragalà. Che spirò tre giorni dopo, il 26 febbraio, in ospedale, per le gravissime ferite riportate nell’agguato. Teso nel buio di quella sera invernale in via Nicolò Turrisi. Una strada a senso unico che corre parallela alla grande piazza dove si affaccia, inutilmente, l’immenso edificio bianco del Tribunale di Palermo. Le cui potenti telecamere, che lo sormontavano e che facevano la ronda, quel giorno non riuscirono a riprendere i killer per una manciata di secondi.

Ma, per quanto incredibile possa sembrare, non sono bastati neanche questi dieci anni alla Giustizia italiana per arrivare alla sentenza di condanna di primo grado dei suoi assassini.

Sei imputati alla sbarra per l’omicidio di Enzo Fragalà

Alla sbarra, nel processo tuttora in corso ma quasi concluso, davanti alla Corte d’assise di Palermo, presieduta da Sergio Gulotta, ci sono, in questi giorni, 6 imputati, quattro dei quali mafiosi.
Sono Francesco Arcuri, Salvatore Ingrassia, Antonino Siragusa, Paolo Cocco, Francesco Castronovo e Antonino Abbate.
Per loro i pubblici ministeri di Palermo hanno chiesto l’ergastolo.

Ad accusare i 6 uomini c’è, intanto, la testimonianza di diversi pentiti. Fra cui Francesco Chiarello. Ma non solo. C’è la testimonianza della moglie di Chiarello, Rosalia Luisi. Ci sono poi altri pentiti. Alcuni dei quali, come Antonino Siragusa, hanno cercato, inizialmente, in parte, di depistare. Ci sono i messaggi sms inviati dagli imputati prima di spegnere i cellulari per compiere il delitto.
E ci sono i testimoni oculari. Rintracciati grazie a un lavoro d’investigazione complicatissimo e meticoloso dai carabinieri di Palermo.
Che hanno incrociato i dati estrapolati dalle celle telefoniche della zona del delitto con le immagini delle telecamere. E sono riusciti a rintracciare chi era, quel giorno, in via Nicolò Turrisi.
I pentiti hanno spiegato che il delitto fu compiuto da quelli di Borgo Vecchio per fare un favore a quelli del Pagliarelli. Entrambe le famiglie mafiose ricadevano sotto il controllo del mandamento di Porta Nuova.

La telecamera nascosta alla Zisa per crearsi l’alibi

C’è voluto anche un pizzico di fortuna per arrivare alla soluzione del delitto.
All’epoca dell’omicidio la Squadra Catturandi della polizia di Palermo stava portando avanti un’altra indagine su quelle famiglie mafiose alla ricerca del latitante Nicchi. Lo nascondeva proprio Francesco Arcuri. E, senza sapere che, proprio in quel momento, i clan stavano preparando l’agguato ad Enzo Fragalà, la Catturandi li intercettò. E li filmò, anche, posizionando una telecamera nascosta in prossimità di una fiaschetteria della Zisa. Frequentata dai mafiosi di Borgo Vecchio. Telecamera di cui i mafiosi conoscevano, evidentemente, l’esistenza. Tanto che la utilizzarono per costruire l’alibi.

Quel materiale investigativo tornerà utilissimo ai carabinieri e alla magistratura qualche anno dopo. Quando l’inchiesta sull’omicidio Fragalà imboccò, finalmente, la strada giusta. Riportando in carcere alcuni mafiosi che erano stati inizialmente arrestati e, poi, scarcerati. Perché un audio di un’intercettazione non era abbastanza lungo per campionare correttamente le voci.

Le due telecamere del Mail Boxes hanno ripreso i mafiosi

Fu proprio quando i carabinieri capirono, da un particolare, che uno degli imputati, Francesco Arcuri, aveva precostituito l’alibi. Grazie alle telecamere posizionate dalla Catturandi. Da lì i militari ripresero il filo investigativo. alimentato, poi, con altro materiale.

Inoltre Ingrassia e Siragusa furono inquadrati, poco prima e poco dopo il delitto, da due telecamere del negozio Mail Boxes di via Nicolò Turrisi.
Anche qui un altro colpo di fortuna che finalizzò le indagini.
Abbate era, all’epoca, capomafia di Borgo Vecchio. Per Siragusa è lui l’esecutore materiale dell’omicidio. Mentre per Chiarello furono Cocco e Castronovo.

Enzo Fragalà venne ucciso a bastonate, secondo la ricostruzione della Procura di Palermo, per conto di un altro boss, Gregorio Di Giovanni.
Un’esecuzione in stile militare che coinvolse i mandamenti mafiosi di Borgo Vecchio, Pagliarelli e Porta Nuova. Qualcuno portò il bastone, una mazza di legno, per colpire Enzo Fragalà. Qualcun altro portò gli scooter utilizzati. La spedizione punitiva era stata pianificata dai clan in maniera molto precisa. Sia nell’esecuzione, sia nella fuga.
Ma non tutto filò liscio come si aspettavano i mafiosi.
I timori degli assassini di essere scoperti e le chiacchiere con alcune mogli hanno consentito agli investigatori di ricostruire la vicenda fin nei minimi particolari.

Esperto di terrorismo, membro delle Commissioni d’inchiesta

Ma perché la mafia decise di uccidere Enzo Fragalà?

Penalista di fama, assistente di Storia Contemporanea dell’Università degli Studi di Palermoparlamentare di Alleanza Nazionale, cresciuto politicamente nel Movimento Sociale e, ancor prima, nel Centro Studi Ordine Nuovo, Enzo Fragalà era un uomo di grande cultura impegnato in mille attività.
Come avvocato seguiva, fra l’altro, moltissimi processi di mafia. Assisteva imputati mafiosi che cercava di convincere a collaborare con la magistratura, anche per ottenere sconti di pena.
Come parlamentare era impegnatissimo nella ricerca della verità sui più noti misteri italiani, soprattutto nell’ambito di vicende altrettanto delicate. Il terrorismo, le stragi, l’intelligence.

Era considerato uno dei più grandi esperti di terrorismo e di inchieste sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia.
Per questa sua competenza, che si è andata rafforzando negli anni e che gli veniva riconosciuta anche dagli avversari politici, era stato nominato componente delle più importanti e prestigiose Commissioni parlamentari di inchiesta.
Come la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Che si è occupata, approfonditamente, fra l’altro, delle stragi di Bologna e Ustica.
Come la Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il “dossier Mitrokhin” e l’attività d’intelligence italiana.
Celebri le audizioni che conduceva, in maniera incalzante e puntuale, durante le sedute delle varie Commissioni d’inchiesta.

I carabinieri di Palermo hanno indagato in tutte le direzioni

I carabinieri, chiamati a indagare sul delitto, non risparmiarono nessun accertamento. E indagarono in tutte le direzioni.
«Tutte le piste sono state esaminate», spiegherà in udienza il maggiore Dario Ferrara.
«Abbiamo accertato – svelerà l’ufficiale dell’Arma – a quali processi stava lavorando. E se seguiva clienti che stavano collaborando con la giustizia. Sono state seguite piste che riconducevano al mondo degli zingari e al terrorismo di destra. Poi chiuse perché non hanno portato nessun riscontro. Anche la pista di clienti scontenti. Ma le intercettazioni hanno dato esito negativo. E poi quella legata alla sua attività politica. Ma anche in questo caso non è emerso nessun elemento utile».

Fino a quando si arrivò al bandolo della matassa. Anche se la mafia aveva cercato di depistare tirando in ballo, ad un certo punto, perfino un’infamante pista passionale.

La magistratura ha accertato il motivo per cui la mafia decise di uccidere Enzo Fragalà.
Legale di fiducia di un vigile del fuoco, Vincenzo Marchese, accusato di aver riciclato i soldi dei capomafia, Fragalà aveva convinto il suo assistito a collaborare con la magistratura.
E aveva esibito e letto in aula, nel corso del processo, la lettera di Antonietta Sansone, moglie del capomafia. Che si scusava con il vigile del fuoco per avergli detto una bugia. Cioè che i soldi, che gli aveva affidato per investirli, erano il frutto di una vincita al lotto. E non, invece, com’era realmente, i soldi del provento delle attività mafiose.

La lettera della moglie del boss letta in aula da Fragalà

Insomma, Enzo Fragalà, con quel gesto in udienza aveva, di fatto, ridicolizzato di fronte a Cosa Nostra il capomafia per quella presa di distanza che ne aveva fatto la moglie del boss.
Un affronto gravissimo per la Cupola.
Che decise di punire Fragalà anche per dare una lezione all’intera avvocatura palermitana.
Non per niente l’intero sodalizio forense ha presenziato al processo con i suoi rappresentati schierati in toga.

Nelle ultime udienze qualcuno degli imputati è crollato. Ammettendo le proprie responsabilità. «Esprimo le mie più sentite scuse e una richiesta di perdono ai familiari dell’avvocato Fragalà», ha detto un mese fa in aula il pentito Antonino Siragusa al quale i pm non hanno riconosciuto il ruolo di collaboratore.
«Purtroppo – ha aggiunto – non potevo disobbedire a un ordine dall’alto. L’ordine di Antonino Abbate, all’epoca capomafia di Borgo Vecchio. Ed esecutore materiale dell’omicidio per conto di Gregorio Di Giovanni».

La sentenza di primo grado arriverà a metà marzo

«Trovarmi in questa aula dove tutto ebbe inizio – ha detto nella stessa aula, di fronte agli imputati, Marzia Fragalà, anch’essa penalista – nella lotta a Cosa nostra, dove mio padre da giovanissimo avvocato partecipò come difensore e ritrovarmi oggi vittima davanti i suoi assassini mi provoca un certo sgomento. La mafia provoca solo morte e distruzione».

Il 28 febbraio prossimo, alle 16, il Centro Studi intitolato alla sua memoria renderà omaggio ad Enzo Fragalà nella sala Mattarella di Palazzo Reale. Con un convegno dal titolo: «L’uomo, l’avvocato, il politico».
La sentenza di primo grado è prevista per metà marzo. Ci sono voluti quasi undici anni per rendere giustizia ad un uomo perbene. Assassinato dalla mafia per aver fatto il suo dovere. Senza paura. Una lezione di stile per i molti, troppi, professionisti dell’Antimafia da operetta.

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