Cronaca surreale (ma vera) di un viaggio in treno con l’angoscia del coronavirus

domenica 23 Febbraio 11:35 - di Fabio Schiuma

Venerdì mattina il treno dalla Stazione Termini per Udine è in partenza alle 12:50. È una bella giornata di sole, iniziata per me con la passeggiata di Giorgia Meloni in via Cola di Rienzo, nel pieno collegio ove si voterà per le elezioni suppletive. Non faccio in tempo a seguirla per un centinaio di metri, insieme ad altri militanti, che di corsa in motocicletta scappo, per non perdere il treno che mi porterà alla riunione regionale del Friuli-Venezia-Giulia del Dipartimento dei Rapporti con l’Associazionismo Politico e all’inaugurazione circolo territoriale di Fratelli d’Italia “Riva Destra- Norma Cossetto”.

Mentre cerco il binario, l’sms di Trenitalia arriva implacabile a 10 minuti dalla partenza: il ritardo sarà di 30 minuti. Poco dopo diventano 45 e ancor più tardi arriviamo a 60: “cavolo! a saperlo restavo a godermi e a respirare il bel clima di affetto e sostegno con il quale commercianti e residenti hanno accolto la leader di Fratelli d’Italia”.

Vabbè, pazienza, salterò qualche coincidenza, ma tanto i treni regionali passano spesso. Nelle mia carrozza, piuttosto affollata, il clima è disteso tra i passeggeri. Sembra un giorno qualunque, di un mese qualunque, di un anno qualunque. Man mano però che si sale verso nord, iniziano ad arrivare su cellulari e tablet le notizie che riguardano la diffusione del coronavirus anche da noi.

È un tam tam. Nel giro di pochi minuti quel clima così sereno e tranquillo si trasforma in un girone dantesco. Gli occhi delle persone si sgranano sulle notizie che inesorabilmente descrivono oramai una rapida diffusione dei contagi. Inizio ad assistere a scene quasi raccapriccianti. Chi inizia a leggerle al vicino, chi a voce alta, quasi a rievocare i vecchi “strilloni”. E partono i commenti più disparati. È chiaro che i passeggeri si dividono da subito in due frange. I negazionisti da una parte, che tendono comunque a ridimensionare la gravità dei fatti, e gli allarmisti. Questi ultimi sono decisamente in numero soverchiante. E rasentano toni apocalittici.

Il treno corre sui binari, ma ancora più veloci gli aggiornamenti. “Stia zitto lei!”, è lo squillo di tromba che sancisce la condanna della divisione dei minimizzatori. “Ma dai, fa più morti una comune influenza!”, è stato il canto del cigno di un signore distinto di media età. “Irresponsabile”, “Legga le notizie”, “ma dove vive?!”, fino al top: “vattene in Cina”‘. Non si fa attendere la lettura politica del tutto, che parte dal “ecco, questo è il risultato delle cazzate che c’hanno raccontato”, con un classico “e chissà quante non ce ne stanno raccontando”. Fino al più radicale “governo di stronzi”‘. Nessuno replica, nessuno si azzarda. Non c’è contraltare. Si fanno largo ovviamente anche i complottisti.

Non aspettano altro che poter illustrare le proprie teorie. Alcune, comunque ben costruite, parlano di necessità di abbattere la popolazione mondiale, altre iniziano a paventare il futuro business dei vaccini che verranno. Le discussioni sono animate. In fondo c’è partecipazione, si potrebbe dire. No, è rabbia, mista a paura e disorientamento. Il top non tarda ad arrivare. Un’anziana signora, con presumibile nipotino al seguito, non ha dubbi: “è anno bisestile! Bisogna pregare e basta”‘.

Ma il destino si prepara a brutti scherzi. Nei dintorni di Padova, luogo più volte citato nei notiziari fai-da-te, il treno si ferma. E parte di nuovo la piovra dell’angoscia. “Chiuda, quel finestrino lei!”. Ammonisce una signora di sole docili sembianze. “Si, ma nun me toccà”, le ribatte prontamente un ragazzotto di evidenti origini romanesche, dopo che la stessa aveva accompagnato l’esortazione con il classico toc-toc sulla spalla. E capisci che la paura mette tutti contro tutti. Il treno non riparte. Implacabile l’annuncio dello speaker, imprudente direi, che motiva con un surreale “a causa della presenza di persone sui binari”‘. Ecco di nuovo il derby delle interpretazioni. Ma stavolta siamo al comico. E forse in fondo è anche meglio. Nessun treno è mai stato dirottato.

Si viaggia così e le notizie di nuovi contagi scuotono il treno come se sui binari si abbattessero onde gigantesche. Siamo in balia, io e Angelo Bertoglio. Una volta, un tempo, insieme nel Fronte della Gioventù, oggi sul fronte della paura. Insieme riusciamo a fare qualche ragionamento sensato. È tempo ora di conclusioni, di misure da prendere, dopo che oramai il dato è acclarato: il corona virus è qui, tra noi. Non è più un problema cinese: è anche nostro. Non colpisce solo gli asiatici. Contagia e uccide anche qui. A casa nostra. Gli italiani ne muoiono.

V Il viaggio continua. Si cambia treno a Venezia. Sarà più calma la situazione? Manco a parlarne. Colpisce una ragazza semplice quanto graziosa, che senza nessuna richiesta, illustra i suoi propositi. Forse a se stessa. Di fatto a voce alta. “Io da domani non esco più di casa: lavoro da l씑. Di nuovo le fazioni scendono in campo. “Ma se uno va in mare con la barca? Lì il virus mica arriva…”‘, sfoggia una ragazza giovane e griffata, forse più per la voglia di mostrare amicizie altolocate con yatch a disposizione. “E chi te l’ha detto? I cinesi stanno dappertutto”, gli fa eco un giovane piacente, più forse per tentare un improbabile e patetico rimorchio. Arriviamo a Udine. Stanchi e spaesati. Anche un po’ provati. Forse più per il clima respirato. E magari non il corona virus…Gli amici di partito ci riportano serenità. Le notizie le hanno ascoltate anche loro. Ma su quel treno non c’erano. Mai così felici di cenare insieme, dormire e poi il giorno dopo inaugurare una sede intitolata a Norma Cossetto, martire delle foibe. Tanta gente. Entusiasmo. La riunione del dipartimento: bellissima. I Friulani, gente che ha digerito un terremoto, che non li ha piegati. Maniche rimboccate e tutto fu ricostruito. Altri tempi… ma oggi, comunque la popolarità di Giorgia corre come un treno. Già, ma ora tocca riprendere il treno vero, quello sulle rotaie della paura. Oddio, no. Basta. E invece mi sbaglio. Il ritorno a Roma è surreale davvero. Alla stazione ci sono le guardie giurate che si aggirano con le ricetrasmittenti. Tutti guardano tutti. Si sta distanti l’uno dall’altro. Eppure è sabato sera. Monto sul mio treno. Stavolta regna il silenzio. Non si sente nessuno tossire. O soffiarsi il naso. Chi lo fa è guardato con sospetto. Ma nessuno parla. Neanche al telefono. Cosa è successo a uno dei popoli con il rapporto più alto tra telefonini e persone? Nessuno commenta. Il rumore dei binari sembra regnare in solitudine. La gente ha paura. Ma non lo dice. Io intanto vado a tossire in bagno. Maledette sigarette? Si, ma soprattutto maledetto coronavirus…

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