Pd, la rifondazione annunciata da Zingaretti piace solo ai nostalgici della “falce e martello”

domenica 12 gennaio 12:34 - di Valerio Falerni
Zingaretti

Sarà pure “nuovo” il Pd che ha in mente Nicola Zingaretti ma, almeno a giudicare dalle reazioni, ha il retrogusto dolciastro della nostalgia. Quella del Pci. Non stupisce perciò che i più lesti ad applaudire al suo annuncio di rifondazione del partito siano una “vecchia gloria” come Achille Occhetto e un aficionado della “falce e martello” come Federico Fornaro, capogruppo di Leu alla Camera. Il primo si entusiasma nel ritorno in campo di «tutta la democrazia militante», il secondo perché vi intravede l’avvio di «nuova sinistra alternativa alla cultura della destra sovranista e populista». Che cosa poi vi sia di veramente nuovo e alternativo negli stessi concetti ripetuti milioni di volti in tutti questi anni, resta un vero mistero. Cambiano gli orchestranti, ma la musica resta sempre la stessa.

Oggi le sardine, ieri i girotondi: la sinistra non cambia mai

Oggi la sinistra corteggia le “sardine” di Santori come ieri inseguiva le donne di “se non ora quando?”. E prima ancora i “girotondi” di Nanni Moretti e le bandiere “arcobaleno” dei pacifisti ai tempi della guerra in Iraq. Insomma sempre gli stessi, sempre di sinistra e  ogni volta a far finta che sia il nuovo che avanza. In realtà, è solo l’avanzo del vecchio. E cominciano ad accorgersene anche nel Pd. Almeno quelli che di matrice non comunista. È il caso del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, che pure non guarda con pregiudiziale diffidenza alla meta indicata da Zingaretti. Pone però come condizione «che non venga messa in discussione la matrice riformista del partito». Significa che «operazioni nostalgia non devono essere contemplate». Sulla sua scia un big del calibro di Beppe Sala, il sindaco di Milano: «Va bene la svolta di Zingaretti – dice -. A patto però che non sia un’operazione di facciata».

Renzi: «Così Zingaretti ci apre un’autostrada»

Taglia corto il tesoriere Luigi Zanda, già cossighiano di provata fede ai tempi della Dc: «L’idea di scioglimento non esiste. Il nome Pd è bello e lo terrei». Un bilancio, come si vede, in cui si sommano aperture e diffidenze, entusiasmi e stroncature. Da lontano, ma non disinteressato, annota e registra Matteo Renzi, che vede schiudersi spazi insperati dallo spostamento di Zingaretti sulla «piattaforma» di Corbyn o a Sanders. «Lì si perde. Nicola ci sta aprendo un’autostrada», spiega al Corriere della Sera. La resa dei conti è rinviata a dopo le elezioni in Emilia Romagna.

 

 

 

Commenti

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  • giovanni vuolo 12 gennaio 2020

    Se perderanno le elezioni in Emilia Romagna dovranno rifondare davvero,ma da casa, non da posizioni di comando.E chissà se sarà Zingaretti ancora a capo di un partito che ha deluso amaramente i propri sostenitori, invitati prima all’avversione dei 5S, e poi all’abbraccio.
    Nell’amletico dubbio sugli effetti di una sconfitta locale sul governo centrale, molti trascurano un particolare non da poco: salirà infatti il timore di molti grillini di rimetterci penne e poltrona, per cui potrebbe iniziare la diaspora di una moltitudine di rappresentanti in direzione Lega, che invece garantirebbe meglio un futuro nel palazzo. L’episodio delle firme al referendum è sintomatico in tal senso, ed anzi credo che si sia in attesa proprio dell’esito dei comizi elettorali, per dare il via ad un esodo dalle bibliche proporzioni.

  • giovanni vuolo 12 gennaio 2020

    Affermazioni melense e prive di significato. Basti guardare quella rilasciata da Sala, che propone il solito stereotipo, che dice tutto senza dire niente, e che può essere speso per qualsiasi circostanza. Avessero il coraggio , una volta sola, di essere chiari, nel rispetto di quegli sventurati che ancora si ostinano a sostenere questo partito decadente. Probabilmente dimezzerebbero i già modesti consensi, visto che nell’elettorato PD ci sono ancora tanti moderati, seppur ingenui e disincanti.

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