Omicidio Mattarella, Cavallini: figuriamoci se la mafia si affidava a un ragazzino di 22 anni

9 Gen 2020 14:19 - di Redazione
OMICIDIO MATTARELLA, Gilberto Cavallini con líamico giornalista Massimiliano Mazzanti (D) durante una pausa del processo a Bologna, 09 Gennaio 2020. ANSA/GIORGIO

«Il fatto dell’omicidio Mattarella che viene rispolverato oggi è veramente strumentale e pretestuoso. Questa storia nasce dalla coincidenza del quarantennale della morte di questo pover’uomo con la settimana in cui si chiude questo processo. Questo ha giocato a mio sfavore perché, chiaramente, l’hanno caricato di significati. Che, poi sono trasmigrati anche in quest’aula. E forse è stato anche fatto solo per quello».

Così Gilberto Cavallini, a margine del processo che lo vede imputato per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

«Ma tutto – precisa l’ex-esponente dei Nar parlando dell’omicidio Mattarella – parte da un’indagine dei carabinieri. Che attestano, tramite una perizia, che il calibro della pistola che ha ucciso il giudice Mario Amato è lo stesso di quella che ha ucciso Mattarella. Ma non che è la stessa pistola. Siamo alla follia».

«Io ho conosciuto Valerio Fioravanti – racconta ancora Cavallini per smentire il suo coinvolgimento nell’omicidio Mattarella – nel corso di una rapina a Tivoli, avvenuta nel novembre del 1979. Poi l’ho perso di vista».
Fino a quando i due si rivedono, circa un mese dopo.

«Sono andato a raccoglierlo a Roma, dopo l’omicidio Leandri, ammazzato al posto dell’avvocato Arcangeli. E qui siamo ai primi di dicembre», ricorda Cavallini.

«Io sono andato a Roma . E un amico mi ha detto che su quella macchina c’era anche Valerio. Allora ho pensato: “Beh allora è meglio che lui cambi aria. E l’ho ospitato a Treviso”».

«Ma può essere normale e logico che due persone che cominciano a frequentarsi quotidianamente 20 giorni prima del 6 gennaio si mettano d’accordo per andare in Sicilia ad ammazzare il presidente della Regione? – si chiede l’ex-esponente dei Nar che, attualmente, è detenuto a Terni in regime di semilibertà – E su ordine di chi? La mafia affiderebbe a un ragazzino di 22 anni un omicidio di questo genere? Anche coi tempi siamo al paradosso».

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