Legge elettorale, la Consulta spiega il no al referendum leghista: «È manipolativo»

venerdì 31 gennaio 16:23 - di Redazione
Referendum

«Il referendum era eccessivamente manipolativo». Queste, in estrema sintesi, le motivazioni della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha bocciato il quesito referendario elettorale presentato dalla Lega. Come si ricorderà, attraverso i consigli regionali guidati dal centrodestra, il partito di Salvini aveva  chiesto alla Consulta di esprimersi circa l’ammissibilità di un referendum abrogativo della quota proporzionale dell’attuale Rosatellum, la legge elettorale approvata nella passata legislatura. «Da questa abrogazione – scrivono i giudici costituzionali – non può risultare un testo radicalmente diverso, estraneo e di portata normativa più ampia rispetto a quello originario». In pratica, tutto ruota intorno al principio in base al quale un quesito referendario della legge elettorale deve contenere una norma auto-applicativa. Significa che all’esito dell’abrogazione deve residuare una norma idonea a consentire lo svolgimento immediato delle elezioni. «Se così non fosse – si legge nelle motivazioni -, l’esito del referendum potrebbe paralizzare il normale svolgimento dell’attività di questi organi».

La Corte: «Il referendum alterava la delega»

Secondo la Consulta, quindi, i promotori non hanno tenuto in considerazione questo principio. Una volta accolto il quesito, infatti, una volta abrogata la quota proporzionale del Rosatellum, il referendum avrebbe trasformato il sistema elettorale in totalmente maggioritario a collegi uninominali. Un esito non immediatamente auto-applicativo dal momento che avrebbe reso necessario ridisegnare la geografia di tutti i collegi elettorali per trasformarli in uninominali. Apposta i promotori avevano proposto anche la parziale abrogazione della delega conferita al governo con la legge n. 51/2019 per l’attuazione degli adempimenti legati alla riduzione del numero dei parlamentari.

Impedita l’abrogazione del Rosatellum

Per i giudici delle leggi, però, in questo nodo la proposta referendaria «alterava radicalmente» il senso e la portata di questa delega per renderla adattabile anche all’ipotesi di mutamento del sistema elettorale risultante dal referendum. Sarebbero stati infatti modificati tutti i «caratteri somatici» della delega originaria. Per la Consulta, infatti, il combinato disposto del doppio quesito avrebbe potuto dar vita a una nuova delega. Potenzialmente destinata ad attuare sia la riforma costituzionale sulla riduzione dei parlamentari e l’attuazione della legge elettorale risultante dal referendum. In pratica, argomentano i giudici, si sarebbe realizzata «un’eccessiva, e perciò inammissibile manipolazione» del testo originario della norma di delega.

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