“Lacerba”, quella voce libera contro tutti i luoghi comuni della politica

lunedì 13 gennaio 13:03 - di Massimo Padroni

Riceviamo e pubblichiamo.

“Qui non si canta al modo delle rane”. Frase scelta da Giovanni Papini, da inserire nella testata di “Lacerbarivista letteraria appena fondata con Ardengo Soffici. Con essa, si voleva subito chiarire la vitalità polemica che avrebbe animato il quindicinale. La prima uscita del quale avvenne il 1° gennaio 1913. Polemica e dissenso, nei confronti di tutti gli orpelli di luoghi comuni della politica, della religione e dei costumi che a loro modo di vedere erano solo una stantia mummificata eredità dell’Ottocento.

In aderenza a questa impostazione, gli intendimenti dei fondatori era quello di creare uno spazio culturale sulfureo. L’intestazione scelta per la rivista derivava dal nome del trattato scientifico di Cecco d’Ascoli (1269-1327) Acerba etas comunemente noto come L’Acerba. In quest’opera in versi, scelta non a caso come stella polare, Cecco d’Ascoli si scagliava lancia in resta contro tutti gli esponenti della Cultura a lui coevi, cominciando da Dante, considerati nemici del pensiero scientifico. Papini non era certo nuovo a inaugurazioni di riviste. Aveva esordito giovanissimo nel 1903 dando vita con Giuseppe Prezzolini, l’amico di sempre al “Leonardo”. Esperienza che rinnoverà, sempre con Prezzolini, fondando pochi anni dopo “La Voce”.

Vista questa solidità di rapporti tra questi due promotori culturali, perché nel 1912 Papini si distacca da ”La Voce”per dar luogo con Soffici a “Lacerba”? I dissidi cominciarono a serpeggiare con l’uscita dei “Quaderni de La Voce” pubblicazioni a latere del giornale. Concepite da Prezzolini sulla falsariga dei “Cahiers de la Quinzaine” francesi di Charles Peguy. Questi “Quaderni” erano considerati da Papini troppo densi di argomenti d’impronta positivista. Opinione condivisa da Ardengo Soffici. “… a poco a poco si rafforzarono nella Voce sotto la personale influenza del direttore quelle correnti e quelle persone che mettono al di sopra di tutto le questioni pratiche, sociali, politiche, economiche, pedagogiche e morali. L’Arte era sempre tollerata ma senza entusiasmo. Gli scissionisti dalla Voce volevano portare al centro del loro impegno le questioni inerenti all’Arte. Stava facendo breccia in loro quella indomabile necessità, che vive ogni artista, rinnovare e rendere attuali all’epoca di appartenenza i codici espressivi. Al costo ovviamente di essere rivoluzionari.

Tutti elementi che venivano offerti loro su un piatto d’argento dal Movimento Futurista. Avvicinamento al Futurismo e ai suoi esponenti fu, per usare uno eufemismo quantomeno contradditorio. Nel 1911 si tenne a Milano la 1° Mostra Futurista di pittura con in esposizione tra l’altro delle opere di Umberto Boccioni. Ardengo Soffici in qualità di critico della Voce la stroncò. Era il periodo durante il quale dai “Vociani” i Futuristi venivano definiti “dei clowns tragici che vogliono spaventare un placido pubblico ignorante”. “Il Caffè delle Giubbe Rosse” di Firenze fu teatro di una rissa epocale. Quattro personaggi erano giunti da Milano per dare dei “chiarimenti” ai vociani fiorentini. I quattro erano tutti esponenti Futuristi di primo piano, Marinetti, Russolo, Carrà e Bocccioni. Individuato Soffici, autore dell’articolo, ritenuto dai Futuristi indigeribile, il valor di sedie, brandire bottiglie, roteare di bastoni da passeggio fu un unico vortice.

A dispetto di questo primo incontro nato nel peggiore dei modi, dopo un’altra animata e anche manesca discussione del giorno seguente, i gruppi dei contendenti trovarono dei punti di contatto e d’intesa. Tanto è vero che dal marzo del 1913 cominceranno a comparire sul quindicinale, nella forma di comunicazione preferita dai Futuristi i “Manifesti”. Vedremo quindi pubblicati il “Manifesto dell’antitradizione futurista”, quello del “Teatro del Varietà”, “dell’Architettura futurista” e presenza con articoli firmati da vari Futuristi. Ben presto la presenza dei Futuristi milanesi, cominciò dal gruppo originario della redazione di “Lacerba”, a essere vissuto come invadente. Troppo invadente. Sentimento che verrà espresso compiutamente da Papini con l’articolo “Il cerchio si chiude”.

In esso si sostiene che il vero Futurismo sia quello dei “fiorentini” di Lacerba. Il resto è”Marinettismo”. Ripensamento complessivo quindi dei rapporti da tenere, con gli ormai definiti con ironia “Marinettisti”. Naturale l’allontanamento, di questi ultimi dal periodico. Gli eventi in Europa stavano precipitando. Venti di guerra rumoreggiavano nel cuore del Vecchio Continente. Lacerba, prese posizione netta.

Decisamente ”interventista” dopo che dal Governo era stata dichiarata la “neutralità”dell’Italia. La politica rientrava prepotentemente nel giornale, nato con l’intendimento d’interessarsi solo di Arte e Letteratura. Tra i collaboratori di Lacerba ricordiamo tra i maggiormente significativi Aldo Palazzeschi e Italo Tavolato. Personaggio, quest’ultimo corrosivo del perbenismo dell’epoca. Scrisse infatti su quelle colonne, tra altre cose, il celebre articolo “L’elogio della prostituzione” che gli costò una condanna per oltraggio al pudore.

L’avventura di Lacerba si concluderà il 22 maggio 1915. Come a suggello di una missione felicemente compiuta l’editoriale di Giovanni Papini dal titolo “Abbiamo vinto”. L’Italia due giorni dopo entrava in guerra. La felice stagione della proliferazione delle riviste culturali fiorentine poteva considerarsi conclusa.

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