Il pericolo del “Conte tre” e l’ipotesi che possa perfino scalare il Colle

giovedì 2 gennaio 15:45 - di Claudio Togna

Il Paese Italia versa in una situazione economica disperata, industrialmente desertificata e senza una strategia di rilancio occupazionale. La manovra economica targata Conte ha portato tasse e ancora tasse. Ed altre ne verranno. In tale contesto l’intero sistema politico risulta ostaggio delle ambizioni personali del premier professor Giuseppe Conte all’estero noto anche come “Giuseppi”, professore di diritto privato dalla non eccelsa produzione scientifica (come tanti), avvocato amministrativista senza infamia e senza lode – come tanti – (con la stravagante caratteristica di essere stato nominato presidente del Consiglio Superiore della Giustizia Amministrativa e cioè controllore dei Giudici che avrebbero, in ipotesi, dovuto giudicare le sue cause). Ma furbo. E con quella ferocia piccolo borghese di chi, arrivato per congiunzioni astrali, al potere si trova a passare come si suol dire “dalla fame alla dieta”.
Ma, tecnicamente, più preparato dei suoi sponsor politici Salvini e Di Maio i quali concentrati sulle conseguenze della crescita inflazionaria elettorale dei loro rispettivi partiti non sono riusciti per tempo a comprendere la strutturazione della finanza e dell’industria internazionali rispetto alle democrazie parlamentari con forte debito pubblico.
Senza una riflessione sui fondamenti capitalisti dei poteri contemporanei sfugge il punto essenziale delle trasformazioni dei poteri di un governo. Come osservato da autori non certo di centro-destra oggi la produzione del diritto risulta una prerogativa del capitale in una duplice maniera: indirettamente attraverso lo Stato le cui funzioni di “sovranità” e “governamentalità” sono a disposizione del capitale e direttamente attraverso le multinazionali. Sicchè oggi lo Stato nazionale non è sicuramente l’organo che decide.
Ma è un processo che viene da lontano. Lo Stato come “modello dell’unità politica” e come titolare del monopolio della decisione politica è stato “detronizzato” dalla cosiddetta “macchina da guerra del capitale finanziario globale”.
Tale detronizzazione non è certo avvenuta con la forza ma attraverso concetti suadenti come l’inclusione dei soggetti deboli attraverso la finanziarizzazione”, attraverso lo stimolo alla crescita, attraverso il credito al consumo considerato il mezzo più efficace per lottare contro la povertà allo scopo di trasformare i rischi sociali originariamente coperti in maniera collettiva (socializzazione dei rischi) sostituendola con l’assunzione individuale dell’indebitamento: che altro non è che una tecnica di assoggettamento per imporre ai debitori una disciplina, una forma di vita, una maniera di pensare ed agire ( come sostenuto brillantemente da Lazzarato in “Fascismo o rivoluzione”).
La svolta europeista del Movimento 5 Stelle (principale sponsor del premier Conte) è in realtà frutto dell’utilizzo del reddito di cittadinanza (ingenuamente pensato dai 5 Stelle come rimedio alla povertà) da parte delle Istituzioni Finanziarie Internazionali per rafforzare il concetto di cittadino debitore anche indirettamente attraverso l’indebitamento dello Stato che lo finanzia e che ne risulta pertanto ancora più indebitato.
Il premier Conte, tecnicamente più preparato, ha capito prima di Salvini e Di Maio che l’asse della struttura giuridica individuata dai costituzionalisti anglosassoni come “neofeudalesimo dei diritti” aveva individuato nella “governamentalità” il nuovo assetto di sterilizzazione di ogni istanza di matrice popolare.
La scarsa scolarizzazione giuridico finanziaria amministrativa di Salvini e Di Maio accompagnata ad un lessico non adeguato non è riuscita a dare sostanza alle istanze della volontà popolare di sottrarsi al ricatto di una eterodirezione politico finanziaria retta dal rapporto creditore debitore.
Si sono fatti rinchiudere (di più Salvini) nel recinto di un concetto limitato di “sovranismo e populismo” ridotti a categorie di pensiero politico primitivo e senza futuro e svuotato di ogni componente rivoluzionaria.
Perchè il termine “rivoluzione” correttamente inteso non può essere esclusivamente patrimonio della sinistra ma lo può essere, legittimamente, anche del centro-destra: ma avrebbe avuto bisogno di uomini e di donne tecnicamente, culturalmente e professionalmente preparati per indirizzare tale rivoluzione di paradigma economico e dei diritti in un contesto di finalizzazione strategica.
Purtroppo (soprattutto da parte di Salvini) si è caduti nella trappola di farsi rinchiudere nel recinto di un sovranismo velleitario ed aggressivo privo di spessore tecnico e giuridico: od ancora come “populista” o “neoliberale-autoritaria” ed in ultima analisi neofascista.
Nel linguaggio giuridico si chiamano “esercizi dialettici a tesi obbligata”: e la tesi obbligata è che qualunque istanza provenga da chi si è fatto imprigionare in quel limitato concetto di sovranismo diventa pericolosamente “neofascista”.
E di tali esercizi a tesi obbligata gli avvocati (in particolare i non eccelsi) sono particolarmente versati.
La stessa nascita del movimento delle cosiddette “Sardine” (che solo i più ingenui possono pensare come non ideologicamente strutturato e supportato) non è altro che una forma di “delegittimazione preventiva” nei confronti di un’eventuale vittoria di uno schieramento di centro-destra a diretta trazione salviniana.
A quel punto qualunque cosa venisse fatta o detta dal premier Salvini o sua emanazione verrebbe vista come “pericolosa deriva autoritaria o neo-fascista” nei confronti della quale sarebbe necessario attuare un cordone sanitario economico-sanzionatorio: cordone sanitario che potrebbe attenuarsi se il premier fosse un “simulacro vuoto di democrazia” beneviso ai poteri internazionali forti dell’arma dello spread e della vendita a comando dei nostri titoli di Stato.
Perchè tanto tali istituzioni internazionali solo con il premier vogliono trattare. Come si è visto col fondo salva stati siglato, secondo quanto sostenuto da Salvini e Di Maio, pur in presenza di uno specifico diniego governativo.
Ma quante cose ha capito il premier Conte. Tante. Troppe. Ed è per questo che senza una strategia d’attacco rischiamo di ritrovarcelo come premier o, peggio, come Presidente della Repubblica.
Ma bisogna agire subito.
Ora è già tardi.

Commenti

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  • Virginia Vianello 2 gennaio 2020

    Di Maio
    Salvini
    Soprattutto Salvini
    Ma di Meloni non si parla?

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