Beppe Alfano: ucciso dalla mafia 27 anni fa, ma ricordato a metà. Perchè politicamente scomodo

mercoledì 8 gennaio 14:51 - di Salvatore Sottile
Beppe Alfano

Era un militante, non un eroe Beppe Alfano. Eroe l’è diventato senza saperlo e senza neppure volerlo. Lo è diventato, per noi che l’abbiamo frequentato e gli abbiamo voluto bene, da quella dannata sera dell’8 gennaio di 27 anni fa. E lo è stato, ma non da subito, anche per altri. Per chi la mafia l’ha combattuta davvero da altre sponde. E, purtroppo, pure per qualcuno che ne ha fatto una “professione”. Ricordato sempre a metà. Omaggiato, a metà. Nascondendo, tacendo, evitando, omettendo. Perchè Beppe era un militante politico del tempo che fu. Assai prima del trionfo di internet, dei social, degli smartphone delle App. Uno che se lo chiamavi all’improvviso, per attaccare manifesti del Msi appena giunti, per un sit-in, per un volantinaggio o, magari, per la vendita militante del “Secolo” a dar man forte a noi ragazzi, c’era sempre. Pure con la febbre a quaranta. Pantaloni stretti coi tasconi laterali, camicia e giacca militari, di quelle che s’acquistavano al mercatino: si materializzava così, con l’immancabile sigaretta in bocca. Da sempre quello era il suo mondo. E in nessun altro microcosmo avrebbe mai pensato di vivere. Sornione e ironico, sempre pronto al più goliardico cazzeggio Beppe “il professore”, infine, s’era innamorato del giornalismo. Coinvolgendo pure tanti di noi. Sport, politica, società, cronaca: di tutto e sempre scavando a fondo, cercando il pelo nell’uovo. Uno dei primi a comprendere l’importanza del messaggio di radio e tv in quell’etere improvvisamente libero e ancora senza regole.

Beppe Alfano era un militante

Una nuova avventura in cui si getta a capofitto. I fatti separati dalle opinioni, certo. Ma con le opinioni, le sue opinioni!, sempre ben in vista al bavero della giacca, sempre sventolate, difese e, all’occorrenza, strillate in faccia a qualsivoglia potentato. Quella sera di gennaio, la mano mafiosa, uno dei tumori più perniciosi con cui ha dovuto, e tutt’ora deve, fare i conti la Sicilia, naturalmente collegato ad un potere politico altrettanto solido da sembrare inamovibile, ha assassinato il nostro Beppe. Ci ha privato della sua strafottenza e della sua straordinaria umanità. Cosa avrebbe detto e fatto se avesse potuto vivere i successi e le sconfitte della sua comunità umana e politica, resta un interrogativo. Sappiamo invece che avrebbe accolto con un ghigno, seguìto da tonante imprecazione, il tentativo – costante – di ricordarlo a metà. Di separare il sacrificio dalla passione politica.

 

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