Benetton, gli Indios della Patagonia in lotta con la multinazionale: sfruttano la nostra terra

sabato 11 Gennaio 15:36 - di Renato Berio
Benetton

Lo scontro tra i Benetton e gli Indios Mapuche per le terre della Patagonia non è una novità. Si tratta di una vicenda che stride, e parecchio, con l’immagine liberal che la famiglia Benetton veicola in Europa. Anche grazie a campagne mirate contro ogni forma di razzismo e discriminazione.

Tutti ricordano la campagna “Nudi come” nella quale 9 modelli di diverse etnie e “colore” posano nudi davanti all’ obiettivo di Toscani. Un modo per ribadire che esiste solo una razza, quella umana. Poi c’è stata anche la foto con i tre cuori, tutti uguali, ma appartenenti a un bianco, a un giallo e a un nero. Insomma il brand ha fatto della tolleranza e del rispetto della diversità il fulcro della propria comunicazione.

Eppure in Patagonia non la pensano così. Lo rileva su La Verità Francesco Borgonovo che racconta: “La notte tra il 25 e il 26 dicembre un gruppo di militanti nativi della comunità Lof Kurache ha deciso di occupare una Estancia che si trova nel comune di El Maiten, provincia di Chubut, nella Patagonia argentina. È un terreno appartenente ai Benetton. ‘Abbiamo recuperato ciò che ci è stato rubato’, dicono i militanti. E spiegano di avere avviato un ‘processo di recupero territoriale delle terre di El Platero occupate dalla multinazionale Tierras del Sur di proprietà di Benetton”.

Benetton, all’origine del conflitto con i Mapuche

Ma il conflitto tra gli Indios e i Benetton viene da lontano. Una storia che ha raccontato nel marzo 2019 il filosofo Massimo Venturi Ferriolo, studioso di etiche del paesaggio,  il quale si è dimesso dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche dopo essere venuto a conoscenza della vicenda.

“L’azienda Benetton – scrive Venturi Ferriolo – acquisisce nel 1991 la compagnia Tierras De Sur Argentino, divenendo proprietaria di 924.000 ettari di terra. La maggior parte di queste costituiscono il territorio ancestrale degli indigeni Mapuche argentini, che vengono sfollati dai luoghi dove hanno da sempre vissuto. Anche se alcuni saranno impiegati come lavoratori dall’azienda. I Mapuche, il cui nome indica uomo della terra, rivendicano il loro antico possesso ancestrale e la reclamano nonostante la repressione e l’accusa di terrorismo (sul problema si veda il film di Fausta Quattrini, La nacion mapuche 2008 e di Christophe Coello e Sthéphane Goxe, Retour en terre mapuche, 2011). Nella repressione di una pacifica manifestazione contro la Benetton e la detenzione di un loro leader, Francisco Facundo Jones Huala, il 1 agosto 2017 è scomparso Santiago Maldonado, difensore dei diritti dei Mapuche”.

Dal ’96 anche attività di estrazione mineraria

E continua: “Nelle terre di Benetton vengono allevati 260 mila capi di bestiame, tra pecore e montoni, che producono circa 1 milione 300 mila chili di lana all’anno i quali sono interamente esportati in Europa. Nello stesso terreno sono allevati 16 mila bovini destinati al macello. Inoltre, dalle notizie ricavate da documenti pubblici reperibili in internet, nel 1996 inizia lo sfruttamento di giacimenti di oro e di argento attraverso la Compañia Mineras Sur Argentino S.A.”. 

La compagnia controllata dai Benetton reinveste in Argentina risorse e capitali contribuendo allo sviluppo del Paese, è la versione ufficiale dei Benetton, ma i Mapuche la pensano diversamente. Sostengono che l’azienda sfrutti le loro terre per l’allevamento e l’attività estrattiva arricchendosi anche attraverso la discriminazione dei nativi. “Gli indigeni – scrive Borgonovo – chiedono l’appoggio dei militanti di tutte le nazioni per continuare la loro lotta. Chissà, magari il compagno Toscani li contatterà per la prossima campagna multiculturalista”.

 

 

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