Via della Seta, la partita con la Cina è aperta. Ma senza una politica forte sarà un disastro

2 Dic 2019 19:18 - di Enea Franza
via della seta

Sulla Via della Seta riceviamo da Enea Franza e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

La Via della Seta individua il reticolo, che si sviluppava per circa 8mila km, costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali, già a partire dalle dinastie Shang (1600-1046 a.C.), Zhou (1045-221 a.C.) e Han (206 a.C.-220 d.C.), si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano, in prodotti quali la seta, la carta e la porcellana. Da qualche anno (con partenza dal 2013) il governo di Xi Jinping sta attuando un ambizioso piano di investimenti. Prevede la costruzione ed il miglioramento delle infrastrutture, tra cui autostrade e linee ferroviarie per l’alta velocità, ma anche porti e centrali energetiche, per far ripartire i commerci lungo l’antica Via della Seta tra Cina ed Europa, passando per il Medio Oriente. Lo scopo dichiarato dal governo cinese è dare nuovo slancio agli scambi commerciali.

La nuova Via della Seta

I progetti in corso prevedono due direttrici principali da Est a Ovest, entrambe arrivano in Europa. Una terrestre, che passa attraverso l’Asia centrale, e una marittima, che attraversa l’Oceano Indiano fino all’Africa, per poi piegare verso Nord. Secondo la Cina, al momento, hanno formalmente aderito 67 Paesi, firmando il Memorandum di intesa (MoU). Il Paese attualmente maggiormente coinvolto è il Pakistan, con cantieri per 60 miliardi.

Alla base del Memorandum

È stato il governo Gentiloni ad avviare la trattativa con la partecipazione nel maggio 2017 – unico capo di governo del G7 – al primo Belt & Road Forum. Con l’esecutivo gialloverde e, giallorosso adesso, il negoziato è accelerato. Secondo il governo, l’adesione alla Via della Seta attribuirebbe un vantaggio competitivo all’Italia che è in ritardo rispetto a Francia e Germania, e dunque permetterebbe di intensificare i rapporti con la Cina, attrarre maggiori investimenti ed intensificare l’export verso quel Paese. L’accordo prevede la firma di un memorandum, che peraltro sembrerebbe immodificabile, atteso che un cambiamento concesso ad un partner aprirebbe la strada agli altri per chiederne una pari modifica. In Europa hanno già firmato: Ungheria (nel 2015), Grecia (si ricorda che Atene, che ha ceduto ai cinesi il controllo del Pireo) e Portogallo (entrambi nel 2018).

Per l’Italia è utile?

Dovrebbe l’Italia giocare la partita? Il cosa fare va affrontato in primo luogo riflettendo sui benefici di breve termine e, poi, sulle implicazioni connesse al modello di sviluppo del mercato cinese. Quanto al breve periodo, c’è consenso unanime sul fatto che un’apertura dei commerci mondiali determina un aumento delle esportazioni. In effetti, l’export cresce al crescere del reddito mondiale in maniera proporzionale allo stesso (e rafforzare gli scambi con la Cina vuol dire aumentare la quota di reddito mondiale per l’Italia). Tuttavia, il beneficio è mitigato dal tasso di cambio reale che, visto il maggior livello dei prezzi interni del nostro Paese rispetto a quelli cinesi, sfavorisce le nostre esportazioni a favore delle importazioni.

Il modello dello “sviluppo a volo d’anatra”

Non c’è invece consenso, ma due principali correnti di pensiero, con riferimento al modello di sviluppo cinese. Secondo la teoria denominata “dello sviluppo a volo d’anatra”, la crescita economica della Cina è dovuta essenzialmente alla condizione del mercato, ovvero, domanda/offerta di manodopera a basso costo.

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