Alfredo Panzini, la lingua italiana e la sua evoluzione: le opere e la vita di un grande scrittore

martedì 17 dicembre 13:03 - di Massimo Pedroni

Automobile. Dal greco autos – se stesso e mobile. In origine aggettivo poi sostantivo. Di quale genere è automobile? Se ne è disputato in Francia, madre del’automobilismo, quindi in Italia. Ieri prevaleva il maschile, oggi il femminile. La Fiat ne richiese a D’Annunzio. Rispose: “Femmina”. Autore di questa nota è Alfredo Panzini. È inserita in una ragguardevole opera di studio sull’evoluzione della lingua italiana. L’opera è Dizionario moderno supplemento ai dizionari italiani.

La nota sull’automobile riportata ci rende palpabile l’effervescenza e la vitalità della “lingua”. Che tra neologismi, parole appena entrate nell’uso e quelle vissute come veri e propri arcaismi, rendeva a Panzini, la medesima oggetto di attenzione e studio costante. La lingua era oggetto dei suoi studi.

Alfredo Panzini, una vita da uomo di cultura

Alfredo Panzini nacque il 31 dicembre 1863 a Senigallia. Questo mese ricorre quindi l’anniversario della nascita. Concluderà l’esistenza a Roma nell’aprile del ’39. Il padre, medico chirurgo, a causa della dipendenza dal gioco d’azzardo, mise reiteratamente a repentaglio la stabilità economica della famiglia. Elemento questo, che contribuirà a rendere funesta l’infanzia del futuro scrittore.

Fu scrittore, poeta e lessicografo. Lui stesso ebbe a dire che il luogo della sua nascita fu casuale. Visse a Rimini città con la quale ebbe rapporti altalenanti. Si trasferì a Milano, ove tra l’altro fu docente, come lo fu a Roma sua residenza definitiva. Ma la dimora della sua “anima” fu la Casa Rossa di Bellaria. Località balneare romagnola nella quale acquistò il villino definito la Casa Rossa, edificio dall’estetica sobria, che poteva ricordare una casa cantoniera. Era il suo rifugio. Si trovava a suo agio con gli abitanti del luogo. Gente semplice, pescatori, contadini. Un universo antico e poetico, che si sentiva scosso e minacciato nella sua limpidezza dalle insorgenti istanze della modernità.

Spazi di mondo antico

Sentimento questo, che il letterato soffriva personalmente. Stato d’animo che caratterizzò le tematiche delle sue opere letterarie. Il contrasto, permanentemente patito tra il mondo idilliaco della sua formazione umanistica, e l’epoca nella quale viveva. La Bellaria amata dallo scrittore non era certo quella del turismo di massa che conosciamo oggi. Questo sentimento di timore e di rimpianto per spazi di mondo antico perduto, percorrerà tutto il “900 italiano.

In modo più articolato, a metà degli anni venti del secolo scorso, con due movimenti letterari contrapposti, ma entrambi sviluppatisi nell’alveo della cultura espressa dal Fascismo. Vennero a confrontarsi due visioni del mondo alternative. Quella teorizzata da “Strapaese” del quale Mino Maccari fu l’esponente primo. Corrente letteraria e politica che rimarcava sensibilità care a uomini come Panzini: l’attaccamento al proprio luogo, alle sue radici e tradizioni.

Il movimento “Stracittà”

Dall’altro il movimento “Stracittà”capitanato da Massimo Bontempelli. Pensiero quello di “Stracittà”, apertamente sostenitore della modernità a cominciare dal dinamismo della vita nei centri urbani, tessendo lodi ai conforti e comodità che vi si potevano trovare. Dissidio tra modelli di vita quello metropolitano e quello della cultura contadina. Che, arricchito da ulteriori elementi, arriverà a essere presente nell’opera di Pier Paolo Pasolini.

L’esordio, del Panzini è del 1893 con Il libro dei morti. Dopo altre opere arrivò con La lanterna di Diogene all’attenzione della critica qualificata quale quella di Renato Serra ed Emilio Cecchi. Quest’ultimo scrisse apprezzamenti su di lui su La Voce di Prezzolini. Ne La lanterna di Diogene e nel racconto La cagna nera, affiora il demone del gioco d’azzardo. Demone del quale il padre era diventato ostaggio. Con tutte le nefaste conseguenze facilmente immaginabili.

Quella posizione neutralista

Dolorosa circostanza, il cui ricordo fu sempre presente nell’animo dello scrittore. A differenza della maggioranza dei letterati connazionali, ferventi “interventisti, l’autore romagnolo d’adozione, a fronte delle opzioni sulla partecipazione dell’entrata in guerra dell’Italia, durante il primo conflitto mondiale, assunse una posizione decisamente “neutralista”.

Evidenza di questa posizione, si può riscontrare in suoi lavori di quel periodo. Ricordiamo Il romanzo della guerra nell’anno 1914 e Il viaggio di un povero letterato. È anche da considerare che Panzini apparteneva a una generazione precedente a quella dei giovani infiammati dal desiderio di dare finalmente compimento definitivo al Risorgimento. Sotto un profilo letterario il “neutralista” era antidannunziano noto. Non perse l’occasione di contrastarlo parodiando le prese di posizione del Vate sulla entrata in Guerra nel romanzo La Madonna di Mamà. Romanzo del tempo di guerra.

Da Alfredo Panzini a Luigi Pirandello e Ungaretti

Alfredo Panzini aveva assunto notorietà anche grazie alle importanti collaborazioni che aveva con testate dell’epoca quale l’Illustrazione Italiana o il Corriere della Sera. Nel 1925 firmò Il Manifesto degl’intellettuali fascisti, trovandosi con Luigi Pirandello, Giuseppe Ungaretti e il da lui parodiato Gabriele D’Annunzio e molti altri. Sottoscrissero il Manifesto in 250 dei quali 33 di religione ebraica.

Tutte le Arti e i campi del sapere erano rappresentati. Come riconoscimento del suo lavoro, ricco di sfaccettature, ci preme porre in evidenza quello di lessicografo compilatore di dizionari, nel 1929 Panzini fu nominato Accademico d’Italia. Panzini intellettuale ben inserito nelle dinamiche della sua epoca, ottenendone giusti riconoscimenti, rimaneva in definitiva schivo e con tratti melanconici.«Vi sono piaghe nella vita che solo il falegname quando adatta i chiodi alla cassa potrà chiudere. Non altri». Considerazione forte, di disincanto, che forse può aiutarci a entrare meglio in sintonia con il profondo sentire di un artista scompostamente e frettolosamente messo ai margini.

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