L’allarme della Dna: «Così la mafia nigeriana ha conquistato quasi tutte le regioni italiane»

mercoledì 27 Novembre 16:29 - di Paolo Lami
mafia nigeriana

Il capo della mafia cinese «era adorato addirittura come un dio», mentre «quella nigeriana oggi è diventata la criminalità più forte. Ha articolazioni in quasi tutte le regioni italiane. E in tutti i paesi dell’Europa».

Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, chiamato in audizione dalla Commissione parlamentare Schengen, a spiegare l’emergenza della criminalità straniera in Italia tratteggia un quadro a tinte fosche.
E racconta la mafia cinese e quella nigeriana. I loro riti. Le pressioni esercitate sulle rispettive comunità. Le modalità operative. E la pericolosità.

Il capo della cosca cinese era adorato come un dio in Toscana

«La mafia cinese esiste come quella nigeriana – avverte Cafiero de Raho sgombrando ogni dubbio – abbiamo indicazioni chiarissime in Toscana, dove il capo cosca era adorato addirittura come un dio. E davanti al luogo in cui permaneva c’erano file di autovetture i cui conducenti scendevano solo per fare il baciamano».

Sembra di rivedere i riti della mafia siciliana di un tempo. Gli omaggi e gli inchini ai boss.

«Sono tantissime le attività gestite e sotto il controllo della mafia cinese. – svela il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo – E anche qui la proiezione è quella propria della comunità. E nei confronti della comunità cinese che si svolgeva il controllo e l’intimidazione».

Ma, accanto alla mafia cinese, che vive e prospera immersa silenziosamente nella propria comunità, si è fatta largo, prepotentemente, anche la mafia nigeriana. Stesse dinamiche rivolte verso la propria comunità.

«Quella nigeriana oggi è diventata la criminalità più forte. – mette in guardia Cafiero de Raho – Ha articolazioni in quasi tutte le regioni italiane. E in tutti i paesi dell’Europa, con una base molto forte nel Paese di origine».

I sospetti su una struttura verticistica della mafia nigeriana

«C’è – aggiunge l’alto magistrato – una sorta di “occupazione” dei territori in cui le organizzazioni nigeriane si pongono. Queste articolazioni sembrano al momento non collegate tra loro. Per quanto da uno dei casi più recenti, ancora oggetto di accertamento, possono evidenziare il medesimo vertice, pur operando in modo separato in territori e regioni diverse».

«È il primo spiraglio che abbiamo di fronte all’ipotesi che esista una struttura verticistica unitaria al di sopra di coloro che operano sui singoli territori», ammette il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

«La modalità operativa dei nigeriani – aggiunge de Raho – è talmente diffusa e molto spesso replicata nei vari territori da far pensare ad una sorta di unitarietà, che va poi verificata nelle sue forme. Appare con la composizione di articolazioni separate, con qualche piccolo segnale che ci siano delle unitarietà».

«Non ci meravigliamo – ammonisce il magistrato che guida la Dna – se l’organizzazione nigeriana è in grado di esercitare una intimidazione e una violenza nei confronti dei famigliari delle vittime».

«Al di là dei riti magici, esistono delle intimidazioni rappresentate dalla conseguenza eventuale di sottrarsi alla costruzione del gruppo a cui la vittima della tratta è stata assoggettata – spiega de Raho – Ribellarsi al sistema della criminalità nel Paese di destinazione significa per le vittime mettere anche a rischio i familiari».

Di qui due conclusioni. Primo: «Queste organizzazioni si muovono con il metodo mafioso dell’intimidazione, con omicidi, sequestri, torture. Anche nei confronti della loro stessa comunità».
Secondo. «E’ difficile che il metodo mafioso sia utilizzato all’esterno. E’ questo che contraddistingue la capacità della mafia nigeriana a tenere un controllo strettissimo sui soggetti della loro comunità».

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