La caduta del Muro di Berlino 30 anni dopo: quello che molti pensano ma che non osano dire

lunedì 4 novembre 10:40 - di Aldo Di Lello
Muro

La caduta del Muro di Berlino, avvenuta il 9 novembre del 1989, è l’evento generatore di tutti gli eventi storici di questi ultimi decenni. E in questi giorni, nel trentennale, lo ricordiamo come un giro di boa epocale. Come la fine anticipata di un secolo, il ‘900, il “secolo breve” secondo lo storico britannico Eric Hobsbawm. Il secolo compreso tra la Prima guerra mondiale e la fine del comunismo. Come tale, la caduta del Muro ci interroga. Oggi più che mai. Perché è in quel punto della storia che sono nate nuove identità. Che è cambiata la vita di tutti. Ma proprio di tutti, nessuno escluso. La caduta del Muro è un terremoto storico, grandioso e terribile. Dopo il quale nulla fu più come prima. In questo trentennale abbiamo però il dovere di interrogarci in modo non banale. Non viviamo più l’euforia dei primi anni ’90. Quando una nuova epoca radiosa sembrava alle porte. Questi 30 anni sono stati segnati da luci e da ombre. E, a mano a mano che ci allontaniamo dal ‘900, constatiamo che le ombre superano di gran lunga le luci.

Le due questioni del dopo Muro

E allora, per capirci qualcosa, dobbiamo dividere la questione del dopo Muro in due tronconi. Uno è la fine del comunismo. L’altro è la riunificazione della Germania. La fine del comunismo non desta problemi. È un fatto storico e ideale. Ed è giusto riandare a quei momenti magici di 30 anni fa con commozione. Ricordando l’imponente gioia collettiva che tracimò per mesi e mesi in Europa. E che continuò con le “rivoluzioni di velluto” dei Paesi dell’Est. Paesi che nel 1990 si liberarono del giogo comunista e sovietico. La riunificazione della Germania è invece un problema politico ancora aperto. Non nel senso che esista ancora qualcuno che la mette in discussione. Ma nel senso che la “questione tedesca” è il problema centrale dell’Europa di oggi.

Una domanda insolente oltre la caduta del Muro

Andando sul versante riunificazione, il quadro si fa assai meno radioso e assai più fosco. Perché una domanda insolente e “indecente” ricorre da anni nelle conversazioni private di molti. Non vivevamo forse meglio quando la Germania era divisa? A chi si scandalizza si può serenamente rispondere: o sei un ipocrita oppure sei un privilegiato. Vale a dire un broker di successo. Un gestore di fondi che muove milioni di euro con un clic, un supermanager, un superburocrate. Oppure un parassita a vario titolo. Detto in altri termini, la Germania riunificata non ha dato vita a un’Europa più prospera, più sicura, più felice. Sono invece aumentate le diseguaglianze (tra le nazioni europee e all’interno delle stesse). È stata cancellata la sovranità degli Stati. Eccetto che la sovranità di quello tedesco e, in parte, di quello francese. Assistiamo all’impoverimento dei ceti medi. Alla mortificazione delle aspettative delle giovani generazioni. Alla restrizione delle politiche sociali. All’aumento di potere delle tecno-strutture e delle burocrazie svincolate dal controllo democratico. E i cahiers de doléances potrebbero ancora continuare. Ma ci fermiamo qui per limitare lo stress.

I frutti tossici di Maastricht e dell’euro

La colpa non è certo del popolo tedesco. Che ha diritto a una patria unita. Ci mancherebbe altro. La colpa è delle decisioni politiche prese nei primi anni ’90. Che hanno prodotto i frutti tossici del Trattato di Maastricht e della nascita dell’euro. Una vera catastrofe. Perché la moneta unica è venuta senza unificazione fiscale e bancaria. Da allora non abbiamo più una Banca centrale che faccia da “prestatore di ultima istanza”. E non possiamo più decidere del nostro destino senza passare sotto le forche caudine della Commissione di Bruxelles. Il primo, storico responsabile di questa calamità ha un nome e un cognome: Francois Mitterrand. Sì, proprio lui, proprio il “re repubblicano” francese. Un “re” venerato e riverito da tutto l’establishment di sinistra continentale. Perché fu Mitterrand a tirare per la giacca un refrattario Helmut Kohl al fine di  fargli imboccare la strada della moneta unica. Il motivo fu che il presidente francese era terrorizzato dalla riunificazione tedesca. Temeva l’effetto egemonico che si sarebbe prodotto con il supermarco. E con la nascita, nel cuore d’Europa, di una superpotenza economica di 81 milioni di abitanti. Da lì il pasticcio che ci ha rovinato la vita.

La Germania ci fece pagare i costi della sua riunificazione

La Germania approfittò alla grande di tale opportunità. Fece innanzi tutto pagare ai partner europei una parte dei costi della riunificazione. Spiega bene come andarono le cose lo storico dell’economia Valerio Castronovo nel volume “La sindrome tedesca” (Laterza 2014). La politica degli alti tassi della Bundesbank attirò capitali da tutto il Contenente. E permise di finanziare la ricostruzione della ex Germania Est. Ma costrinse  gli altri Paesi a praticare anch’essi alti tassi. Cosa che produsse pesanti effetti recessivi. Con l’entrata dell’Italia nell’euro, la Germania si liberò inoltre di un pericoloso concorrente. Il tasso di cambiò fisso colpì il nostro export. E produsse il surplus commerciale di cui la Germania gode ancor oggi. E dire che i maggiori responsabili italiani di questo disastro,  Prodi e Ciampi, sono stati pure insigniti del titolo di “padri della patria”.

Al dunque, in questa ricorrenza ricordiamo certamente con gioia la fine del comunismo. Ma ricordiamo anche una celeberrima battuta di Andreotti. «Amo tanto la Germania da preferirne due».

Commenti

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  • maurizio pinna 4 novembre 2019

    E’ proprio così. La Germania non è mai stata un elemento di unione, il Lebensraum, lo SPAZIO VITALE del REICH è stato SEMPRE l’unico obiettivo tedesco. E lo è tuttora. Sono i professorini del 68, soprattutto quelli che cantavano “ dio è morto”, che “insegnano” ai giovani che l’ EU è una grande famiglia: non è cambiato niente, certi atavismi non mutano mai. Nel 1908 avevano pianificato un’ invasione della Lombardia approfittando che i nostri militari erano “sbilanciati” sul terremoto di Messina. A Caporetto non ebbero la minima esitazione nell’ impiegare il gas fosgene per massacrarci. Il 12 settembre 1943, occuparono militarmente ed economicamente l’ Italia, trasferirono la Zecca di Stato a Verona, stampando loro la moneta, svalutando la lira del 50% e vietando la circolazione del marco tedesco nel Paese.
    Solo degli incapaci o dei complici o tutti e due potevano trascinarci nel lager Europa.
    Certamente ,al momento, uscirne sarebbe come saltare da un freccia rossa lanciato, ma un domani, chissà.
    Detto questo chi è il filo nazista? Certamente non lo è la Destra Italiana.

    • Aldo Di Lello 4 novembre 2019

      Sono perfettamente d’accordo con lei. Dai tempi di Arminio, questa gente odia (perché invidia) la civiltà latina.

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