Giuseppe Berto e il “male oscuro” che ancora oggi attanaglia la società

martedì 5 novembre 11:30 - di Massimo Pedroni

Riceviamo da Massimo Pedroni e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Pochi giorni fa, è stato il quarantunesimo anniversario della dipartita di Giuseppe Berto avvenuta a Roma il primo novembre del 1978. Era nato a Mogliano Veneto il 27 dicembre del 1914. Quando avevo pensato di affrontare il “caso” Berto, non mi ero reso conto dell’opportuna coincidenza per riaprire un fronte di considerazioni sul suo lavoro. Come è noto, Giuseppe Berto non svolgeva solamente l’attività di scrittore, ma anche quello di sceneggiatore. Proprio da questo aspetto, non troppo scandagliato vorrei sviluppare alcune riflessioni. All’autore veneto gliene fu commissionata una dall’attore Enrico Maria Salerno, il quale con quella sceneggiatura intendeva debuttare nella regia cinematografica.

Stiamo parlando di “Anonimo veneziano” toccante storia di amore e morte ambientata in una Venezia di straziante bellezza. Protagonisti Florinda Bolkan e Toni Musante. Il film ebbe otto milioni di spettatori sopravanzando nettamente l’analogo “Love story”. “Anonimo veneziano” continuerà ad avere riverberi di successo come spettacolo teatrale e come libro (recentemente ristampato da Neri Pozza). Le opinioni della critica furono contrastanti si spazia dal “è uno dei più grandi successi del cinema italiano di quegli anni” di Pino Farinotti sul “Dizionario di tutti i film” al “c’erano tutti gli elementi perché la cosa riuscisse due personaggi giovani, belli. Venezia. … la rivelazione della morte imminente … su queste basi non era difficile comporre un film accattivante e commovente.

Che negli anni “70 un operazione del genere possa ancora riuscire è motivo di studio sociologico” Gianni Rondolino su Catalogo Bolaffi del cinema italiano. In effetti, per chi è munito, come armamentario d’interpretazione della realtà, dei soli elementi forniti dall’ideologia, non resta che rimanere smarrito a fronte di dati che risultano utilizzando quegli strumenti incomprensibili. La chiosa di Rondolino in tal senso è illuminante. Teniamo presente che quello era il periodo dello sfondamento “ del privato” dove i sentimenti erano declassati a “sentimentalismi piccolo borghesi” bene che potesse andare. La “contestazione“ era totale.

Un essere “contro” privo di sfumature. Quantomeno di buonsenso. “Tutto è politica”, altro mefitico slogan, che accompagnerà la generazione di quegli anni sul ciglio del burrone dell’odio e della contrapposizione armata. Più d’uno sciaguratamente lo superò. Fino ai terribili sviluppi nel terrorismo. Quegli squarci , sono ancora ben presenti nel vissuto della comunità nazionale. Berto, era già guardato con sospetto e diffidenza per i suoi trascorsi di prigioniero degli statunitensi. Come altri, il pittore Alberto Burri, lo scrittore Gaetano Tumiati, a titolo d’esempio, fu internato in un “ Criminal Camp” come fascista “non collaboratore”.

Un recidivo successo, dopo quello letterario con “Il male oscuro”, stavolta cinematografico di così vasta portata. Cosa questa, comprese le miserie umane dell’invidia e della gelosia, che non poteva non aumentare il tasso di incompatibilità con certi ambienti dominanti l’industria culturale. Nel 1964 Giuseppe Berto si era posto all’attenzione nazionale con “Il male oscuro”.Libro che in una settimana sola, “caso” più unico che raro, si aggiudicò due premi prestigiosi quali il Viareggio e il Campiello.

Scritto senza mediazioni di personaggi, narra di una depressione, del protagonista a seguito della morte del padre. Figura che lo fece sentire sempre in colpa per la inadeguatezza di figlio rispetto alle aspettative paterne. Opera scritta con la tecnica del “flusso di coscienza” applicato nel 1922 da James Joyce per il suo “Ulisse”.

Un altro lavoro imperniato e sviluppato su problematiche individuali. In tutti i casi lontano anni luce rispetto a quello che i “manovratori” richiedevano agli scrittori. Quello che con asettico paravento, sulle orme della Francia degli anni “50 , veniva definito “impegno”. Impegno politico,sociale o quant’altro, che non sembrava proprio appartenere all’universo creativo di Giuseppe Berto. Peculiarità che lo poneva tra gli “irregolari” di quegli anni. Oltre per gli argomenti che sollecitavano il suo estro, tematiche “non in linea” con gli affioranti conformismi letterari dell’epoca, lo scrittore ci metteva del suo. Ossia essere spietatamente onesto intellettualmente. Cosa che lo induceva a sortite quantomeno temerarie.

Come un novello Don Chisciotte, ebbe l’ardire di infilzare pubblicamente, con l’ alabarda della verità Alberto Moravia in persona. Alla libreria Einaudi di Roma, durante un incontro letterario gli rinfacciò di essersi battuto a favore, spropositatamente, per far assegnare alla giovane Dacia Maraini un premio importante. Tutto ciò, a suo modo di vedere per meriti che ben poco o nulla avevano a che fare con quelli letterari. La “mafia di Moravia”, come la chiamava Berto, ossia il potente ed esteso giro di relazioni che contano dell’ autore degli “Indifferenti”, non gli perdonò mai l’affronto. A guerra finita, Berto tornato in Italia, aveva nel regime di detenzione cominciato a scrivere, portando a termine un romanzo cui aveva dato il titolo dal sapore dantesco “La perduta gente”. Libro che giunse all’attenzione di Leo Longanesi il quale decise immediatamente di pubblicarlo. Era il 1946 ne cambiò il titolo in “Il cielo è rosso”.

Fonti dell’epoca sostengono che la modifica fu effettuata all’insaputa dell’autore. Berto in seguito la riconobbe una buona scelta. L’opera diventò immediatamente un successo che varcò i confini nazionali. Claudio Gora, l’utilizzò come suo debutto nella regia cinematografica. Con “La Gloria” del 1978, anno del suo decesso, lo scrittore ci offre la sintesi potente del suo sentire profondo. Il motore del “Male oscuro” era il rapporto, schiacciato sul senso di colpa nei confronti del padre biografico.

In “La Gloria” la tematica viene dilatata, universalizzata. Al centro c’è la figura di Giuda nel rapporto tragicamente ambivalente con Cristo. Il problema ora è arrivato a raggiungere la radice. La coscienza porta alla luce non solo le tensioni con il padre, ma la tormentosa ricerca del Padre. “Dove è l’Eterno, c’è davvero un Eterno o c’è solo un infinito vuoto” fa chiedere l’autore al suo Giuda. Tempesta di quesiti lasciatici che non possono renderci che più vicino e vivo nella struggente essenzialità degli interrogativi questo “irregolare” dal “Male oscuro”, che in definitiva è forse un po’ il male di noi tutti. A pensarci bene.

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