Un anno fa l’omicidio di Jamal Khashoggi: ancora oggi una ferita aperta

martedì 1 ottobre 15:16 - di Redazione

Il 2 ottobre di un anno fa assassinarono Jamal Khashoggi. Il giornalista saudita entrato nel consolato del suo Paese a Istanbul, non ne uscì mai più. O, meglio, fu portato via smembrato dentro alcune valige dopo che era stato eliminato dagli sgherri di Mohammad bin Salman, erede al trono d’Arabia. Khashoggi aveva bisogno di alcuni documenti per sposare la sua compagna turca, Hatice Cengiz. Il 59enne editorialista del ‘Washington Post‘, tra le voci più critiche della monarchia saudita, non uscì mai più dall’edificio. Hatice attese per ore invano il suo futuro marito prima di dare l’allarme. Nei giorni che ne seguirono la scomparsa, le autorità turche denunciarono che Khashoggi era stato ucciso e fatto a pezzi da un commando di 15 sauditi partito appositamente da Riad a bordo di due jet privati. In un primo momento il governo saudita negò ogni responsabilità e di essere a conoscenza delle sorti del giornalista, ma poi ammise che Khashoggi era stato ucciso in un’operazione “non autorizzata”. L’omicidio scatenò la condanna della comunità internazionale. Su forte impulso turco, le Nazioni Unite aprirono un’inchiesta con alla guida la relatrice speciale sulle esecuzioni extragiudiziarie, sommarie o arbitrarie, Agnes Callamard. L’inchiesta, osteggiata dai sauditi, stabilì che il giornalista era stato vittima di un'”esecuzione premeditata” e che c’erano prove “sufficienti” e “credibili” che collegavano Mbs – l’acronimo con il quale il principe della corona è noto in Occidente – all’omicidio. L’uccisione di Khashoggi resta una ferita aperta. “E’ un dolore che cambia forma con me”, ha raccontato Hatice, che ha promesso di mantenere viva la sua memoria e domani sarà ad Istanbul davanti al consolato per una commemorazione. Il suo corpo non è stato mai ritrovato e non c’è ancora un colpevole ufficiale. MbS si pavoneggia fregandosene bellamente: continua ad elargire petroldollari e sperara nel perdurare della sordina. Confida nella complicità americana e nell’ipocrisia europea. In nome e per conto del dio petrolio.

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