Mafia Capitale in Cassazione, «quella sentenza piena di invenzioni, sciatta e frettolosa»

giovedì 17 ottobre 18:53 - di Roberto Frulli
Mafia Capitale, iIl momento della cattura di Massimo Carminati ANSA/UFFICIO STAMPA ROS CARABINIERI ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Mafia Capitale, una sentenza «sciatta e frettolosa» secondo il difensore di Luca Gramazio, l’avvocato Valerio Spigarelli che assiste anche un altro imputato, l’imprenditore edile Agostino Gaglianone.

«Si è fondata sul pregiudizio, va annullata e restituita ai giudici – sostiene il legale dell’ex consigliere comunale e regionale del Pdl, parlando della sentenza di secondo grado nella sua arringa difensiva nel secondo giorno di udienza su Mafia Capitale in Cassazione –  intrisa di contraddizioni e di invenzioni».

Le arringhe dei difensori su Mafia Capitale in Cassazione

Dopo la requisitoria dei tre sostituti procuratori generali Luigi Birritteri, Luigi Orsi e Mariella De Masellis, terminata con la richiesta di conferma delle condanne dell’Appello, oggi è stata la volta delle difese sulla vicenda romana.
Al vaglio dei Supremi giudici la posizione di 32 imputati, tra i quali 17 condannati in appello a vario titolo per reati di mafia.
Gli ermellini dovranno valutare se l’organizzazione criminale, che aveva, secondo i magistrati, i sui punti di riferimento in Massimo Carminati e Salvatore Buzzi e controllava affari e appalti a Roma, abbia operato con metodo mafioso e rientri, dunque, nella fattispecie del 416 bis.

Per la Procura Generale della Cassazione, quell’organizzazione «ha tutte le caratteristiche dell’associazione mafiosa, così come nel paradigma del 416bis».

«Panzironi partecipò al sodalizio, non concorrente esterno»

Solo due le posizioni da rivedere rispetto alla sentenza di secondo grado che ha riconosciuto l’associazione mafiosa: è da riqualificare, secondo l’accusa, il ruolo dell’ex-Amministratore Delegato di Ama Franco Panzironi (in appello 8 anni e 4 mesi), non come concorrente esterno ma come partecipe del sodalizio.
I Pg della Cassazione hanno inoltre chiesto l’annullamento con rinvio per Roberto Lacopo, titolare della pompa di benzina di corso Francia ritenuta la base logistica del sodalizio, già condannato a 8 anni.

«Mai dimostrato che Gramazio abbia mai preso un solo euro»

L’avvocato di Gramazio  e Gaglianone vi ha trovato «travisamenti probatori» E ha portato, come esempio, il fatto che non c’è «nessuna voce del processo che dica che Agostino Gaglianone abbia mai fatto benzina lì a Corso Francia»: «questa – ha aggiunto puntando il dito contro le indagini – è un’invenzione probatoria».
Rispetto a Gramazio, Spigarelli ha sottolineato che «non sono riusciti a dimostrare che abbia preso un solo euro».

«Questa – ha aggiunto ancora Spigarelli attaccando frontalmente le tesi dei magistrati – è una mafia costruita in laboratorio» sottolineando come «non si è dato conto del processo di accumulazione del capitale mafioso» i questa organizzazione che sarebbe stata «una sorta di big ben immediato».

Buzzi a Carminati legati per dimostrare l’associazione mafiosa

In mattinata le sentenze di condanna e le tesi dei magistrati romani erano state duramente attaccate anche dal difensore di Salvatore Buzzi, l’avvocato Alessandro Diddi, su diverse direttrici.
Intanto la questione del legame fra Buzzi e Carminati.
I magistrati hanno avuto necessità, per poter dimostrare che si trattasse di mafia e non di semplice corruzione, di porre Massimo Carminati assieme a Buzzi al vertice del sodalizio andando a rispolverare vecchie vicende che lo collegano alla Banda della Magliana. In questa maniera hanno potuto sostenere che il duo Carminati-Buzzi e gli altri imputati facevano parte di un’associazione mafiosa.

«Macchè Mafia Capitale, fra Buzzi e Carminati 4 affari leciti»

Ma, aldilà del fatto che le manovre di Buzzi affondano nella notte dei tempi, quando Roma era allegramente governata dalla sinistra e quando Luca Odevaine era l’uomo di riferimento amministrativo del centrosinistra della Capitale – la Procura aveva cercato di ottenere una condanna lieve per l’ex-vicecapo di gabinetto di Walter Veltroni ma i giudici lo avevano pesantemente bastonato dimostrando di non credere all’impostazione dei pm – «Buzzi e Carminati – ha ricordato Diddi nel corso dell’arringa difensiva del processo Mafia Capitale in Cassazione – hanno collaborato solo per quattro affari, rispetto ai quali non ci sono contestazioni perché sono leciti».

Secondo il legale di Buzzi, la vicenda cosiddetta Mafia Capitale va inquadrata in un’altra maniera: «Non è mafia ma è il modello che ci governa ovunque, è il malcostume di questo paese, sono fenomeni comuni che pervadono talmente il nostro paese che se non sono mafia da altre parti non lo possono essere nemmeno in questo caso».

Mafia Capitale, «Buzzi non ha mai offerto soldi a un pubblico ufficiale»

«Ci dobbiamo dare una regola sul 416 bis, molti di noi hanno sollecitato un intervento delle Sezioni Unite» della Cassazione, ha detto Diddi chiedendosi anche se «uno può prendere 18 anni su una regola che non si capisce più qual è».
«Spiegare cosa è oggi la mafia non è una cosa facile soprattutto quando ci si allontana dalla matrice sociologico-ambientale», ha insistito l’avvocato di Buzzi ricordando che «non c’è mai stato un caso nel quale Buzzi sia andato da un pubblico ufficiale per dire “vuoi soldi?” Sono sempre loro che si rivolgono a Buzzi».

Ma c’è anche un altro aspetto che non collima nella lettura della vicenda da parte della magistratura rispetto alla visione dei Supremi giudici: «La Cassazione ha sempre detto che la forza intimidatrice deve essere espressa» e da parte di Buzzi non c’è mai stata intimidazione, dice Diddi.

«Carminati nella cooperativa? Mai portato alcuna violenza»

«Perché ci sia il 416 bis – rammenta il legale di Buzzi – occorre un’attività esterna, ovvero che ci sia percezione che quello è un gruppo che sprigiona violenza. Quindi io devo raggiungere degli obiettivi avvalendomi della forza di intimidazione».
Però, annota Diddi, «la presenza di Carminati nella cooperativa (29 giugno, ndr) non ha portato alcuna violenza».

Il difensore di Buzzi ha cercato di smontare la sentenza di secondo grado, che ha riconosciuto un unico sodalizio criminoso nato dall’associazione dei due gruppi mentre il verdetto del primo grado aveva parlato dell’esistenza di due associazioni per delinquere semplici. : «tra i gruppi di via Pomona (sede della cooperativa 29 giugno, ndr) e di Corso Francia (dove si riunivano alcuni del gruppo di Carminati, ndr) non c’era alcuna fusione».

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