L’alchimia come arte della perfezione. In un libro la storia dell’Ars Regia dagli antichi a Jung

lunedì 21 ottobre 13:59 - di Adele Sirocchi
l'alchimia

L’alchimia non è una superstizione, ma una via iniziatica. Un sapere esoterico ma anche il terreno di sperimentazione della chimica. Ricostruirne il percorso storico è di grande interesse per la storia della cultura occidentale. Soprattutto dopo che lo storico della scienza Walter Pagel ha ammonito gli studiosi a non trascurare i fattori simbolici nella costruzione del discorso scientifico.

Da qui prende le mosse il corposo studio di Michela Pereira, “Arcana sapienza. Storia dell’alchimia occidentale dalle origini a Jung” (Carocci editore, pp.370, euro 29). Le radici del sapere alchemico affondano nella sapienza egizia, dove si colloca la figura leggendaria di Ermete Trismegisto.

Nel 1453 durante un viaggio in Macedonia, via Costantinopoli, il monaco italiano Leonardo da Pistoia scoprì quattordici libri originali appartenuti a Michele Psello, risalenti all’XI secolo scritti in greco a firma di Ermete Trismegisto intitolato “Hermetica”, dopo detto Corpus Hermeticum. Ritornato a Firenze, il monaco Leonardo consegnò il Corpus Hermeticum a Cosimo de’ Medici che non più tardi del 1463 incaricò Marsilio Ficino di tradurre dal greco al latino e in seguito all’italiano dell’epoca.

All’origine l’alchimia nasce come idea di trasformare la materia impura dei metalli in una sostanza perfetta. Anche nelle culture orientali (Cina e India) l’alchimia è collegata al tema dell’immortalità e della longevità.

L’alchimia e l’opera di Paracelso

Altra figura centrale nella storia dell’alchimia è quella di Paracelso (Teofrasto Bombast von Hoheneim 1493-1541), il quale riconobbe il principio farmacologico della quintessenza nella natura interna e invisibile delle cose. I farmaci prodotti ricorrendo a tecniche alchemiche sono efficaci “perché – scriveva- introducono nell’individuo malato un altro cielo”.

Gustav Jung fu un ammiratore di Paracelso in quanto seppe indicare al medico la via del “lumen naturae” che è via di illuminazione e di concordanza con la luce della rivelazione. Sono concetti difficili da collegare alla scienza eppure fu proprio Jung a rivalutare le intuizioni alchemiche. L’elisir cercato dagli alchimisti – scrive Michela Pereira -“prefigura il Sé, ovvero la meta del processo di individuazione, l’integrazione della personalità”.

Tuttavia per l’autrice l’attività degli alchimisti non è una espressione dell’inconscio, ma un sapere “storicamente costituito che può essere indagato come ogni altro”. Un sapere che ha come scopo la sperimentazione e la produzione di un oggetto ancora sconosciuto. L’alchimista ritiene che attraverso il lavoro di trasformazione della materia sia possibile produrre un corpo perfetto non segnato dalla dicotomia materia-spirito. Capace di perfezionare la totalità del mondo materiale e il corpo umano.

“Il sogno di una materia incorruttibile si è deteriorato nella modernità – conclude Pereira – gonfiandosi nell’arrogante ipertrofia tecnologica o tradendo la propria matrice nel riduzionismo spiritualista. Ma la sua memoria fa parte della nostra storia e può ancora offrirsi alla riflessione di quanti ne avvertono il fascino”.

 

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