Da domani in Cassazione si giudica Mafia Capitale definitivamente. Ma davvero erano cosche? (video)

martedì 15 ottobre 6:00 - di Francesco Storace
mafia capitale

La dignità di fronte alla giustizia. C’è la storia di un uomo – e di tanti uomini – da raccontare e giudicare. Sarà compito della Cassazione a partire da da domani, quando la Suprema Corte dovrà mettere la parola fine su Mafia Capitale.

Fu vera mafia? Davvero a Roma le cosche entrarono in Campidoglio? Oppure siamo di fronte a tristi e ordinarie storie di corruzione da verificare prima di condannare? Ci sono persone, già state in carcere, che potrebbero rientrarci se in Cassazione si metterà il timbro della mafia sugli arresti di cinque anni fa. Un tempo che sembra interminabile. Eppure c’è gente che ha sofferto. Per una “mafia” che non ha sparso sangue.

I lettori perdoneranno la parentesi personale, ma mi ha molto colpito un video, anche se dura undici minuti, tutto da vedere. E’ la storia di Carlo Guarany, un imprenditore rovinato dall’inchiesta. In carcere per oltre due anni e mezzo, rischia di tornarci. In appello si è visto infliggere cinque anni di galera: due mesi per turbativa d’asta (due mesi!), il resto per associazione mafiosa. E come tanti altri imputati attende domani l’ultima decisione. Domani, dopodomani, oppure giovedì. Il prossimo week end lo farà in famiglia o di nuovo dietro le sbarre.

Un video da guardare: davvero è mafia Capitale?

Eppure, c’è la serenità di un ex detenuto, come si definisce sulla sua pagina Facebook. Da lì ha ha mandato un appello ai suoi amici. “Ho già preparato la valigia per il carcere a cui sarò destinato e questo e’ il mio modo finale di comunicare”, dice. Poi “resterà il profilo Facebook attivo e anche il numero di telefono”. Li avrà “in gestione” la moglie, per dare notizie a chi gli vuole bene.

Guardi il video e se non è un attore conclamato, ti chiedi se questo Guarany che conosci poco, davvero merita l’appellativo di mafioso, la sentenza di mafioso, la condanna come mafioso. Ci pensino bene i giudici della Cassazione.

Ieri abbiamo letto – e ripreso sul Secolo d’Italia – due splendide pagine del Corriere della Sera, un reportage da cronista d’eccezione di Fabrizio Roncone su Roma: è malgoverno, non mafia. E dura ancora oggi, anche se Virginia Raggi sembra Alice nel paese delle meraviglie.

Quei giudizi differenti nei vari gradi di giudizio

Racconta il “mafioso” che in primo grado si era beccato la condanna, ma senza aggravante mafiosa. Poi, in appello, la tegola chiamata Cosa Nostra è arrivata sulla sua testa e sul groppone di altri imputati. Se la Cassazione conferma il secondo grado, si va a fare – Guarany – oltre un anno e mezzo di galera.

Ai magistrati del giudizio definitivo spetta – con auspicabile serenità – la parola fine sul teorema imbastito dal dottor Pignatone, che ora fa il presidente del tribunale vaticano. Mi ha molto colpito una frase su Facebook del consigliere regionale del Pd Eugenio Patanè. “Il reato di associazione mafiosa nel processo Mondo di mezzo è un’invenzione totale. È bene che lo si gridi al mondo”. Patanè è uno di quelli messi in mezzo e poi uscito senza ricevere le scuse di chi lo aveva infangato. I giudici agiscano davvero sapendo chi hanno di fronte. Persone, non criminali.

Pubblicato da Carlo Guarany su Domenica 13 ottobre 2019

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