Teresa Bellanova, quando la ministra veniva accusata di “estorsione” dai lavoratori di Almaviva

venerdì 6 settembre 19:05 - di Redazione

In tanti la difendono, in tanti vantano i suoi meriti sindacali. Ma nel coro di solidarietà che ha investito la neoministra dell’Agricoltura, la renziana Teresa Bellanova, c’è una nota stonata. Sui social c’è chi ricorda il suo comportamento nella vertenza Almaviva, 1666 lavoratori messi per strada a Roma, quando lei era viceministro allo Sviluppo economico del governo Gentiloni.

La vicenda viene raccontata dal Manifesto, giornale non certo orientato a destra, ai primi di giugno del 2017 e fa riferimento alle procedure di licenziamento collettivo aperte in meno di 10 mesi (18 dicembre 2015, 21 marzo 2016, 5 ottobre 2016) che videro penalizzati i lavoratori Almaviva della sede di Roma. Le rappresentanze sindacali romane (Rsu) di Almaviva puntarono l’indice, a conclusione della trattativa, proprio contro Teresa Bellanova. “Un ricorso al giudice del lavoro, presentato dallo studio legale Panici-Guglielmi su mandato di ben 250 lavoratori licenziati a Roma – scriveva il Manifesto – chiama in causa l’azienda e il governo accusando l’allora amministratore delegato (e oggi presidente di Almaviva Contact) Andrea Antonelli e la viceministra Teresa Bellanova di concorso in estorsione proprio per quello che accadde nella trattativa, specie in quell’ultima notte al ministero della Sviluppo economico alla scadenza della procedura di licenziamento collettivo”.

“Per entrambi – aggiungeva il quotidiano – parallelamente al ricorso, è stata presentata una denuncia penale – da parte dell’avvocato Cesare Antetomaso e degli avvocati del lavoro Pier Luigi Panici e Carlo Guglielmi – alla Procura di Roma sottoscritta da una quindicina di Rsu Almaviva Roma per «tentata estorsione»”.

“Le testimonianze dei rappresentanti romani gettano un’ombra sui comportamenti della viceministra Teresa Bellanova, lodata invece per la firma unitaria dell’accordo di maggio 2016 che aveva evitato 2.500 licenziamenti – spiegava il Manifesto – Dopo aver tenuto le Rsu in una sala mentre discuteva con i vertici sindacali nazionali e aver rifiutato di concedere tempo per le assemblee illustrative dell’intesa, sentito il diniego dei delegati romani a firmare, Bellanova li accusava di «aver abdicato al ruolo di sindacalisti» e di essere «irresponsabili nei confronti dei lavoratori rappresentati» cercando infine di convincere i lavoratori presenti sotto il ministero perché «si rivoltassero per far cambiare idea agli Rsu»”.

“Quell’accordo non era firmabile – ha raccontato a Romatoday Barbara Sbardellarappresentante sindacale Slc Cgil, che era tra quei sindacalisti che rifiutarono di firmare l’accordo sulla sede romana la notte del 21 dicembre 2016 – e sottendeva un vero e proprio ricatto per i lavoratori. Se ci avessero dato il tempo di riunire i colleghi e loro ci avessero detto di firmarlo l’avremmo fatto, non siamo autorappresentativi. Ma in quel momento avevamo un mandato assembleare a non affrontare né l’abbassamento del salario né l’aumento del controllo sul lavoratore. Quella notte abbiamo chiesto uno stop di 24 ore per ulteriori consultazioni ma non ci è stato concesso. Così abbiamo votato secondo quanto emerso dalle assemblee. Credo che con stipendi così bassi effettuare dei tagli non sia proprio possibile. Un esempio. Quella notte inviai a Teresa Bellanova una mail con la tredicesima di una collega: ammontava a poco più di 300 euro. Proprio lei, all’inizio di dicembre, nel corso di un’intervista aveva promesso che il Governo non avrebbe mai assecondato tagli agli stipendi dei lavoratori”.

 

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