Rider, la truffa degli account ceduti agli immigrati clandestini: indaga la Procura

19 Set 2019 18:39 - di Redazione
La Procura di Milano indaga su rider delle piattaforme di food delivery: fra loro vi sarebbero immigrati irregolari sfruttati da ciclofattorini ufficiali

Alcuni rider delle piattaforme di food delivery avrebbero ceduto, forse a pagamento, il proprio account ad alcuni immigrati clandestini consentendo loro di lavorare. Lo hanno scoperto i pm milanesi – l’aggiunto Tiziana Siciliano e il sostituto Maura Ripamonti – che stavano svolgendo accertamenti sul modello di business delle piattaforme di sharing economy e che sospettavano il mancato rispetto delle tutele contrattuali, norme igienico-sanitarie carenti e pericolosità nei confronti degli altri utenti della strada.
E’ dunque partita inizialmente da qui l’indagine che la Procura di Milano sta conducendo sui rider, i fattorini che consegnano pasti a domicilio per conto delle piattaforme di food delivery, per poi allargarsi ad altre ipotesi di reato che avrebbero, però, già trovato conferma.

Gli accertamenti sul fenomeno socio-economico dei rider sono partiti all’inizio dell’estate, quando la Procura di Milano – «per precauzione», come riferiscono fonti investigative – ha deciso di affidare alla polizia locale una serie di controlli, condotti tra luglio e agosto.
A settembre è arrivata la decisione di aprire un fascicolo sul caso, fascicolo per il momento senza reato e senza indagati.

Sul tavolo dei procuratori milanesi Siciliano e Ripamonti c’è ora una «massa di documenti» da analizzare.
Si va da ciò che concerne il rispetto del decreto in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che si applica non solo ai lavoratori subordinati ma anche agli autonomi, come spesso sono i rider, fino ai problemi igienico-sanitari, con il cibo – per esempio – trasportato spesso a temperature non idonee.

E’ stato proprio durante i controlli a campione condotti dalla polizia locale di Milano che sono stati intercettati e identificati alcuni migranti irregolari. Su 30 rider fermati, infatti, 3 sono risultati stranieri non in regola.
Da qui è originata l’ipotesi degli inquirenti che alcuni rider, regolarmente titolari di un rapporto di lavoro con le piattaforme di food delivery, abbiano venduto il proprio account a immigrati non in regola.

Un’ipotesi che ha suggerito ai pm di approfondire la questione: l’aggiunto Tiziana Siciliano e il sostituto Maura Ripamonti hanno già provveduto a contattare diversi rider, oltre ai sindacati e alle società datrici di lavoro, le piattaforme di food delivery, per fare il punto della situazione. Ma la Procura di Milano “auspica” che altri rider possano farsi avanti e denunciare loro stessi situazioni di irregolarità o sfruttamento. Solo quando si avrà un quadro completo sul fenomeno, si procederà con la formulazione delle ipotesi di reato.

Il fascicolo aperto dalla Procura di Milano sul fenomeno dei rider è, infatti, al momento, a “modello 45“, cioè senza ipotesi di reato.
Ma la scoperta di stranieri irregolari tra i lavoratori potrebbe portare ora i pm Tiziana Siciliano e Maura Ripamonti a un’accelerazione nella formalizzazione delle accuse.

Alle piattaforme di food delivery, qualora venga accertata la loro responsabilità nell’aver fatto lavorare persone non in regola, potrebbero essere contestati i reati di occupazione di stranieri irregolari o di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, come si apprende da fonti investigative. Nei confronti dei rider verranno, invece, applicate le norme in vigore in materia di immigrazione.

La vicenda della cessione degli account è già ampiamente nota in Francia dove a Nantes l’Ispettorato del lavoro ha già aperto un’inchiesta, il manager francese di GlovoAlexandre Fitussi ha ammesso il «grave problema» dei rider irregolari che sarebbero, secondo una stima piuttosto conservativa, almeno il 5 per cento del totale.

Nei mesi scorsi in Francia erano emersi i primi casi di rider che – utilizzando anche a chat su Facebook, WhatsApp e Telegramreclutavano immigrati per le consegne in bici, trattenendo una quota dal 30 al 50 per cento del guadagno.
In alcuni casi, rider francesi (o comunque con i documenti in regola) avrebbero aperto più account presso le diverse piattaforme, assicurandosi così un flusso continuo di entrate senza alcuna fatica.
Il fenomeno era già a conoscenza degli stessi gruppi di food delivery, dal momento che – come riportava il “New York Times” – Uber Eats in Francia contava già un cospicuo numero di addetti che effettuavano “ordini civetta” per verificare se fra i circa 20 mila rider  impiegati ci fossero situazioni irregolari o illegali (anche con il ricorso a minori).

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