Quella piazza “impressionante” che spiazza tutti. Bentornata, Italia

martedì 10 settembre 16:49 - di Fabio Rampelli *
“Impressionante” è il termine giusto da utilizzare per commentare quanto accaduto ieri a Montecitorio, non tanto nell’aula parlamentare quanto nella piazza. Già, la piazza, questo organismo misterioso dal cuore pulsante, spesso abitata da truppe cammellate, magari trasportate in treno e in aereo con dotazione di cestini-pranzo, oppure semi deserta nel fascino di un fiasco, perché si è sbagliato il titolo, l’argomento o perché non risulta credibile chi la convoca. La piazza può rumoreggiare come una moto smarmittata, sbuffare come un drago ferito, annoiare e annoiarsi perché uggiosamente “necessaria”, può essere ingegneristicamente programmata con precisione (spazi, sedie, file, sicurezza, acustica, coreografia) ma non avere un’anima o essere perfettamente utile al sistema che la prepara per mesi e la celebra per settimane: piazza addomesticata.

Non è la piazza cruenta dei figli di papà

Può essere anche “paracula”, programmata dai sindacati in un giorno prefestivo o per allungare un ponte, nel qual caso diventa la piazza ripetitiva degli striscioni stampati e uguali, delle bandiere fotocopia, dei fischietti distribuiti in quantità, dei polli d’allevamento. Non si può non citare in questo “abaco”’ delle manifestazioni la piazza cruenta, solo apparentemente spontanea, perché sempre coincidente con momenti topici della vita politica e sociale, usata come una clava dai soliti burattinai, habitat di quei figli di papà ribelli per noia, animatori svagati di centri sociali occupati, contestatori di un potere che, per ossimoro perenne, li fabbrica, mantiene e vezzeggia. Ribelli per capriccio, non per necessità e, chissà perché, mai maltrattati fino in fondo dall’estabilishment, tollerati, accuditi, accarezzati nel verso del pelo. Ho conosciuto mesi fa uno di loro che godeva per aver frantumato le vetrine della banca di cui la madre era direttore. Piazza incendiata, ma non incendiaria.

L’incomprensibile fuga di Forza Italia

E poi la piazza di ieri, che era lunedì. Solo un “pazzo” poteva chiamare una manifestazione di massa il primo giorno della settimana, ma era il giorno della fiducia al Conte bis. Ore 10.30, perfetto orario di lavoro, da manuale ci poteva stare al massimo un sit-in simbolico. Qualcuno da sinistra ha provato a dire che l’opposizione si fa in Parlamento e non per strada, non ha avuto granché seguito per scarsa credibilità e anche per evitare di fare pubblicità indiretta all’evento. Più fortuna mediatica ha avuto l’incomprensibile defilamento di Forza Italia, partito che notoriamente chiamò due manifestazioni oceaniche a piazza San Giovanni in situazioni simili. Si vocifera dei richiami di Renzi a Berlusconi in un nuovo centro mellifluo che aiuterebbe gli azzurri a fare alleanze a sinistra, limitando lo sputtanamento. Ma sarebbe la fine ingloriosa di una magia tutta italiana che, anche grazie all’iniziativa del Cavaliere, vede insieme popolarismo e populismo (o sovranismo) rendendo possibile la democrazia dell’alternanza dopo 50 anni di partito unico. Pericoloso, oltre che poco attendibile.

Una piazza impressionante

Salvini, più furbo e reattivo, rimasto isolato e stordito dagli eventi – che in buona parte ha determinato  – quando ha capito che si rischiava il “botto” ha lanciato anche lui l’appuntamento, mezz’ora prima di Fratelli d’Italia e senza preavvisare. Una piccola furbizia cui ci aveva abituati, ma era già tutto organizzato: palco, autorizzazioni, questioni amministrative. Tecnicamente e politicamente resta un gradito accodamento. La piazza di ieri è impressionante, è una vera notizia e chi non la coglie la buca. Sembrava policentrica, a ogni angolo un gruppetto di persone con bandiere tricolori, piazza Capranica colma, piazza di Pietra addensata, Largo Chigi con folla, transenne e polizia, via del Corso come fosse sabato pomeriggio, via del Tritone con gruppi compatti che andavano in su e in giù alla ricerca di un varco per raggiungere il palco.

Una piazza spontanea e interclassista

Leggere oggi qualche giornalone fantasticare di numeri scadenti e qualche altro di piazza nostalgica e con saluti romani è un insulto a ogni forma di intelligenza e un inaccettabile dileggio dello stesso valore della partecipazione. I quotidiani non monopolizzano più l’informazione e le eventuali bugie vengono smascherate in pochi minuti dalla rete. A cosa serve raccontare il falso in questa cornice come se fosse il 1970? A cosa serve non riferire, come fatto da centinaia di blog e riviste online, di una piazza incredibile, semplice, interclassista, intergenerazionale, spontanea, vitale, come si fa a non restare stupiti della moltitudine di persone che si è presa un permesso, ha acquistato il biglietto per il treno o perfino di aereo per esserci, ha speso soldi per far stare una baby sitter con i figli? No, non è intelligente, deve esserci dell’altro.

È l’Italia di Longanesi e di Flaiano

Ma non m’interessa analizzarlo qui, ora. Mi soddisfa di più ritrovare dopo decenni una piazza vera, dove nulla è programmato, che ti appiccica le mani sul volto, struscia col sudore la tua guancia, dona una spilletta di bigiotteria e te l’appunta sul bavero, ti allunga una maglietta artigianale inguardabile, chiede scatti e autoscatti, autografi, ti presenta figli e nipoti, s’incacchia perché non fanno passare un diversamente abile in carrozzina, sospinge una transenna perché ha fatto 400 km e vuole stare in prima fila. Meravigliosa piazza, poteva essere di sinistra? Non so, non credo. Questo spontaneismo anarcoide che chiama d’improvviso la casalinga di Voghera in strada non si fa irregimentare e non risponde a bacchetta. È l’Italia di Longanesi, Flaiano e Giannini, quella piccolo borghese che sgobba e crede, che non capisce perché debbano comandare sempre gli altri, la finanza, la speculazione. A essere scavalcati dai proletari ci poteva stare, lavoravano quanto loro, ma a essere soppiantati dalla finanza col fazzoletto rosso no, non ci sta. Questo il segnale, non è una suggestione digitale, non si sconfigge con la menzogna. Si tratta di un sentimento profondo, in politichese si chiamerebbe “blocco sociale”, una specie di brace sommersa dalla cenere ma sempre attiva che ha cercato ossigeno per divampare, ma ha incontrato sul proprio cammino solo mezzi uomini. La differenza rispetto al passato è che, a dispetto del tempo e dell’agonia dei sogni, è iniziata l’era degli alfieri. Loro sono stati fabbricati per questo, per portare bandiere e non lasciarle nemmeno sotto le bombe. Bentornata Italia. I media non si sono accorti di nulla o annegano la grande folla nella menzogna? Non ti curar di loro, la rivoluzione dolce si sta conquistando il suo nuovo spazio vitale.
* vicepresidente della Camera dei Deputati (Fratelli d’Italia)
Commenti

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  • Sandro Cecconi 10 settembre 2019

    Rampelli,

    è stata la piazza della “maggioranza silenziosa” che ha voluto dimostrare semplicemente che vuole partecipare alla res pubblica in modo attivo. E quale altro modo attivo di partecipazione e democratico può esistere rispetto al voto? Nessuno.

    Nella storia italiana a mia memoria è esistita un’altra manifestazione altrettanto corposa esplosa in modo altrettanto spontanea e pacifica. La marcia dei quarantamila a Torino agli inizia degli anni ’80 del secolo scorso.

    Il vero significato della piazza di ieri è stato che la marea ha iniziato a montare ed è pronta a dispiegare tutta la propria forza sino ad arrivare a travolgere e a pretendere di cambiare tutto e subito sempre in modo pacifico e democratico perché la folla si è messa alla ricerca di un partito e di una classe politica di cui aver fiducia dopo che tutti gli altri l’hanno tradita miliardi di volte.

    E’ questa la forza straripante della vera Democrazia.

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