“Il cuore non si vede”, il nuovo romanzo di Chiara Valerio. Si può fare a meno del cuore?

lunedì 30 settembre 11:33 - di Rocco Familiari

Il rischio che corre uno scrittore troppo intelligente è di sovrastare la sua opera, il che qualche volta non è un male – se le sue doti di scrittore non sono eccelse… – e, comunque, d’interporsi fra il romanzo (o il racconto o la poesia) e il lettore, impedendo a questi di entrare dentro il “mondo di visione” da quello immaginato e annullarsi in esso per poi riemergere diverso, in piccola o grande misura.
Chiara Valerio correva questo rischio. Non solo è troppo intelligente, di un’intelligenza veloce come la luce, ma sa anche troppe cose, soprattutto del mondo della scrittura – visti i suoi numerosi impegni nel campo (direttore della sezione narrativa di un’importante casa editrice, organizzatrice culturale ad alti livelli, critica, autrice teatrale, e altro che tralascio) – ma anche dell’altro mondo, quello della scienza (essendo laureata in matematica e credo anche addottorata…), per cui nel raccontare una storia deve fare un doppio sforzo: restare in ombra, dietro i suoi personaggi, e impedire che la sua “sapienza” (di chi “a lu tous les livres”) appesantisca il corso della vicenda narrata.
Ha vinto pienamente la sfida. Il cuore non si vede, questo il titolo del romanzo appena edito da Einaudi (così come il precedente Storia umana della matematica) e già accolto favorevolmente dalla critica (al momento: Nierenstein su Repubblica, Goldkorn su L’espresso e Viola su La stampa) è un romanzo intelligente, pour cause…, e le numerose citazioni o i riferimenti mitologici – il protagonista è un docente di letteratura greca – arricchiscono il racconto senza renderlo indigesto… Mi pare che Paul Auster abbia detto in una recente intervista che lui da un romanzo vuole sempre imparare qualcosa, oltre che emozionarsi, immedesimarsi e così via, e con Il cuore non si vede si impara anche, e molto.
L’incipit è folgorante, ma può trarre in inganno. E’ un chiaro riferimento (e un omaggio mirato) a colui che incarna il canone princeps della letteratura moderna, Kafka, più precisamente al suo testo più famoso Die Verwandlung (La metamorfosi). A differenza di Gregor Samsa che “un mattino, al risveglio da sogni inquieti … si trovò trasformato in un enorme insetto”, Andrea Dileva (il protagonista del romanzo della Valerio) “una mattina, dopo sogni inquieti … si era svegliato nel suo letto, senza il cuore.” L’idea è geniale, ma ripeto, può trarre in inganno, inducendo a pensare che si tratti di una storia artificiosa, costruita freddamente, un raffinato gioco intellettuale fine a se stesso. Ma la cultura di Chiara Valerio, che le consente di utilizzare tutti gli strumenti più adatti alle sue esigenze espressive, non è una sovrastruttura, bensì è connaturata al suo modo di essere scrittrice, e perciò dopo le prime pagine il sospetto sparisce e si viene risucchiati come in un gorgo. La struttura del racconto è infatti “circolare”, non vi è una traiettoria che da un punto porti a un altro, ma un procedere per linee curve, spirali che a volte si sovrappongono senza mai confondersi però.
La storia, anzi le storie, di Andrea innanzitutto, l’uomo senza cuore (e via via senza polmoni, fegato e altri organi) di Laura, la sua compagna, tradita, innamorata, di Carla, l’amica che Andrea ama realmente, non riamato, di Simone il bambino di costei, capace di sedurre con i suoi slanci spontanei, di Angelica, medico, ma soprattutto amica, che non riesce a venire a capo dello strano, assolutamente unico, caso clinico, si addensano creando una sorta di pania da cui è impossibile liberarsi: si affonda nell’intreccio delle varie vicende che s’intersecano anche con ricordi dell’autrice, descrizioni di luoghi, della sua infanzia (un mondo rurale ormai scomparso) o di oggi, riferimenti a persone reali del quartiere in cui vive lei e fa vivere anche i suoi personaggi, senza una pausa, neppure grafica, con i dialoghi, molto efficaci – la Valerio è pure un’autrice teatrale, come ho ricordato – inseriti direttamente nel corpo delle frasi e segnalati soltanto dalle maiuscole. Il tutto “servito” da una lingua ineccepibile, ricca, puntuale, con in più una sorta di “sprezzatura”, che la rende perfettamente funzionale al ritmo incalzante degli accadimenti. O meglio, di ciò che non accade. Perché in effetti, e uno se ne rende conto solo alla fine, a lettura ultimata, nel romanzo non accade quasi nulla, come se l’evento incredibile, inspiegabile, la scomparsa progressiva degli organi interni di Andrea, renda superfluo o impossibile qualsiasi altro evento. I vari personaggi parlano, riflettono, ricordano, si amano (o semplicemente si desiderano), ma le azioni sono come congelate.
La metafora è potente, e consente alla scrittrice di disporre di un punto di vista non consueto per le sue (auto)riflessioni e analisi (finissime). Un po’ come fece Grass, utilizzando la visione dal basso del suo Oskar, il protagonista di Die Blechtrommeln (Il tamburo di latta) per descrivere il mondo che si andava disfacendo e che l’adulto rimasto bambino giustamente rifiutava. La visione, in questo caso non dal basso, ma dal vuoto, consente alla Valerio di esprimersi con assoluta libertà, senza i condizionamenti che la normalità impone.
La chiave di volta, se proprio si vuol cercare un appiglio per orientarsi meglio nel groviglio di trame disegnate con polso fermo, è in una terribile verità di pag. 28: ”Se non si muore quando muoiono le persone amate, allora si può sopravvivere anche senza cuore”. Andrea si sveglia perciò una mattina con nel petto soltanto “l’ombra del suo cuore” (stupefacente immagine), non perché gli siano morte delle persone care, ma perché il suo “dasein”, il suo “esserci” (essere nel mondo), malgrado il successo professionale, l’amore di Laura, l’amicizia di Carla, gli abbracci e i baci del piccolo Simone, è totalmente privo di senso. E la sua Verwandlung realizza un’invisibilità rovesciata rispetto a quella degli eroi della fantascienza o della mitologia: non l’invisibilità esteriore del celebre personaggio di Wells (interpretato sullo schermo nel 1933 da Claude Rains) o quella del nibelungo Alberich, condizione indubbiamente spettacolare, e per certi versi utile, ma un’invisibilità interiore, segreta, inquietante e pericolosa. Al contrario del protagonista del capolavoro di Musil, Der Mann ohne Eigenschaften, Andrea le ha tutte (o quasi) le qualità, ma per paradosso, la loro presenza non gli impedisce di sgretolarsi internamente.
E’ questa la domanda che Chiara Valerio ci costringe a porci: a cosa servono le qualità, le virtù, le capacità, le doti, i talenti, se perdiamo via via consistenza interiore?
Anche se il romanzo si muove apparentemente nell’ambito della narrativa “borghese” (così Goldkorn), e introspettiva (Viola), la formidabile metafora su cui è impiantato, e che ne costituisce l’ossatura, ha una “valenza multipla” (direbbe la matematica Valerio) che pone di diritto Il cuore non si vede fra i rari esempi di letteratura “simbolica” nel senso in cui lo è, per esempio, Die Frau ohne schatten (La donna senz’ombra) di Hofmannstahl, o, appunto, la Metamorfosi kafkiana a cui l’autrice ha fatto esplicito riferimento: quasi una, orgogliosa, dichiarazione d’intenti.

Chiara Valerio
Il cuore non si vede
Einaudi
pagg. 150, Euro 17,50

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