Terremoto, Biondi: «Le ferite sono ancora aperte. Ne sappiamo qualcosa noi all’Aquila»

sabato 24 agosto 10:30 - di Pierluigi Biondi
Da alcuni giorni, e forse per pochi altri ancora, le luci dei media nazionali sono tornate ad accendersi sul terremoto che tre anni fa ha squarciato numerosi borghi del Centro Italia. Le ferite ancora aperte, una volta riposti nelle custodie telecamere, microfoni e macchine fotografiche, rimarranno lì. Ne sappiamo qualcosa all’Aquila. A dieci anni dal sisma del 6 aprile 2009, continua ad essere tirata in ballo per parallelismi e paragoni con altre calamità naturali, come ho letto nei giorni scorsi su importanti testate nazionali.
Ciò che accomuna L’Aquila e molti centri colpiti dal sisma 2016, con alcuni dei quali esiste un antico e profondo sentimento di vicinanza non solo geografica è, oltre l’elevato numero di vittime, la necessità di poter ricorrere a procedure che realmente semplifichino i processi di ricostruzione, in modo particolare negli appalti pubblici, snellendo tempi e procedimenti, ovviamente in un quadro legislativo chiaro e trasparente.
Non è più rinviabile la definizione di una normativa quadro sulle emergenze che fissi principi, finanziamenti e, soprattutto, tempi certi nei processi di rinascita dei territori flagellati da terremoti, alluvioni, frane o altri eventi che, purtroppo, si registrano ciclicamente nel nostro meraviglioso e fragile Paese. Creare un modello, insomma, applicabile nelle diverse e molteplici situazioni.
Come quello che si è sperimentato sull’Aquila, troppo a lungo denigrato e ingiustamente criticato e che proprio alla luce di quanto accaduto all’indomani del 24 agosto 2016 è stato rivalutato. Un esempio, oggi, perfezionabile e migliorabile, quello che il centrodestra e il governo Berlusconi nel 2009, posero in essere per L’Aquila e senza il quale sarebbe stato impossibile intervenire in una realtà complessa e dalle criticità fatte anche di grandi numeri. Basta solo riflettere sul fatto che parliamo di un capoluogo di regione.
Grazie all’azione incisiva di una Protezione civile, che il centrosinistra ha progressivamente depotenziata, in poche ore furono assistite e ricoverate circa centomila persone. Con un primo decreto, firmato il 23 aprile, furono stanziati 10,5 miliardi per la copertura delle spese emergenziali e l’avvio dei processi di ricostruzione. A settembre dello stesso anno furono consegnate le prime abitazioni e, entro l’inverno, tutti avevano un tetto sopra la testa. Il mio augurio, ai sindaci di Amatrice e degli altri comuni del Centro Italia, è, oltre alla speranza di poter contare su leggi e governi adeguati a gestire processi così complessi, è quello di avere coraggio, soprattutto nelle scelte che determineranno il futuro delle loro comunità.

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