Il 9 agosto 1945 l’ultimo crimine degli “alleati”: l’olocausto di Nagasaki con 40mila morti

venerdì 9 agosto 17:30 - di Antonio Pannullo

74 anni fa, il 9 agosto del 1945, la seconda bomba atomica degli Stati Uniti cadeva sulla città di Nagasaki, dopo quella che tre giorni prima aveva colpito Hiroshima. Si calcola che l’olocausto nucleare Usa abbia causato oltre 200mila vittime, altre fonti sostengono 300mila. Come si ricorderà, alle 8.15 del 6 agosto 1945 venne sganciato l’ordigno nucleare, chiamato Little Boy, dal bombardiere americano B-29 Enola Gay su Hiroshima, provocando circa 140mila morti. Una seconda bomba venne lanciata su Nagasaki il 9 agosto, provocando istantaneamente 40mila morti e altrettanti per le conseguenze del fallout, e il Giappone si arrese il 15 agosto, ponendo fine di fatto alla Seconda guerra mondiale. L’ex presidente Usa Barack Obama, nella sua visita a Hiroshima nel 2016, non ha offerto le scuse del suo Paese per l’olocausto. Gli Stati Uniti hanno oltre 7000 ordigni nucleari nei loro arsenali. Nagasaki al tempo era una città con industrie di qualche importanza, oltreché il maggior porto del Giappone meridionale. Il 1° agosto la città era già stata bombardata, e in particolare era stata colpita fabbrica di armi Mitsubishi ma anche l’ospedale e la scuola media, come abitudine degli “alleati”. Per questo motivo molti cittadini avevano deciso di rifugiarsi in campagna, abbassando di molto il numero di abitanti presenti al momento del bombardamento nucleare. A nord della città, che era abitata anche da moltissimi cristiani, c’era un campo di prigionia per soldati inglesi, alcuni dei quali morirono a causa del bombardamento atomico.

Nagasaki era considerato dagli Usa obiettivo secondario

Pochi sanno che quelle di Hiroshima e Nagasaki  furono la seconda e la terza esplosioni nucleari della storia, perché venti giorni prima Washington aveva effettuato un lancio di prova nel deserto del Nuovo Messico, ad Alamogordo, con un ordigno chiamato The Gadget, che fu soddisfacente. I bombardamenti furono effettuati con i celebri aerei B-29, progenitori degli attuali B-52, soprannominati le “fortezze volanti”. La verità è che sul fronte del Pacifico gli Stati Uniti avevano perso già 400mila uomini, e si calcolò che l’invasione delle isole giapponesi sarebbe costata quattro volte tanto, data la filosofia nipponica secondo cui arrendersi è un disonore. Così il presidente Harry Truman decise di “accorciare” la guerra e di spettacolizzarla, poiché quella dimostrazione di potenza distruttiva avrebbe dovuto fare rumore in tutto il mondo. E così fu. Anche per questo fu deciso di non sganciare le bombe su obiettivi militari ma civili, cosicché l’effetto psicologico avrebbe accelerato la resa. Così arrivò il 6 agosto, che seguì ad alcuni giorni di cielo coperto, che rendeva impossibile il bombardamento. Un solo aereo lanciò la bomba, e passarono alcune ore prima che Tokyo e il Giappone si rendessero conto di cosa veramente fosse successo. Il 9 agosto la scena si ripeté: dopo aver fallito la città di Kokura gli aerei, due, si diressero verso Nagasaki, che poi era l’obiettivo secondario, indisturbati perché i giapponesi li credevano semplici ricognitori. La bomba esplose un po’ fuori obiettivo, quattro chilometri a nord, ma il computo delle vittime fu egualmente agghiacciante: in 40mila venero uccisi subito, altri 50mila furono feriti e molti morirono negli anni successivi per avvelenamento da radiazioni, come ad Hiroshima. E forse fu il primo atto della Guerra Fredda, perché è indiscutibile che con questi argomenti la Casa Bianca potesse trattare diversamente al tavolo dei vincitori.

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