Sui Social Trump non ti può bloccare, la Boldrini può farti arrestare

martedì 9 luglio 19:16 - di Guido Liberati

Donald Trump non può bloccare su Twitter gli utenti che lo insultano. Lo ha stabilito la Corte d’appello del secondo circuito, a New York, evidenziando che una simile condotta del presidente costituirebbe una violazione del Primo Emendamento che, tra l’altro, garantisce la libertà di parola. Inevitabile il paragone con i nostri esponenti politici. Quando è stata presidente della Camera, Laura Boldrini non solo ha bloccato i follower che la criticavano, ma è arrivata a segnalare alla polizia postale i profili più ostili alla sua persona.

La caccia alle streghe della Boldrini

Ricorderete le imponenti campagne mediatiche contro gli haters, avviate da Montecitorio. Chi toccava, virtualmente, l’esponente di Leu, rischiava la galera.  Peccato, però, che quando i Social prendono di mira donne che non sono di sinistra, le vestali del politicamente corretto si girino dall’altra parte. Un esempio su tutti? Giorgia Meloni, presa di mira sistematicamente dagli haters rossi. Cala il gelo e il silenzio. Si distraggono tutti. Se non ti chiami Kyenge, Boschi o Boldrini non hai diritto a nessuna tutela.

Tornando alla questione americana, nello specifico, la Corte d’appello ha ribadito la linea espressa da una precedente sentenza. Il presidente utilizza Twitter per svolgere attività ufficiali. «Il Primo Emendamento non consente a un pubblico ufficiale che utilizza un account di social media, per tutti i tipi di finalità ufficiali, di escludere le persone da un dialogo online altrimenti aperto perché hanno espresso opinioni con le quali il funzionario non è d’accordo», ha scritto il giudice Barrington D. Parker motivando la decisione assunta dalla Corte all’unanimità.

«Se il Primo Emendamento ha un significato, è quello secondo cui la migliore risposta alle affermazioni sfavorevoli su questioni di interesse pubblico è più dibattito, non meno», evidenziano i giudici. Il contenzioso è nato dall’iniziativa legale di 7 soggetti, bloccati dall’account presidenziale @realDonaldTrump dopo la pubblicazione di commenti sfavorevoli a The Donald nel 2017 e sbloccati in attesa della sentenza d’appello. I legali del Dipartimento di Giustizia hanno sostenuto che l’account sia un profilo personale e che il presidente abbia il diritto di bloccare follower che ”non vuole ascoltare”.

L’account Twitter sarebbe equiparabile ad una residenza privata del presidente, che non diventa di proprietà del governo anche se in quel luogo vengono svolte attività istituzionali. I “blocked user” sono stati rappresentati in aula dai legali del Knight Institute della Columbia University: secondo quest’ultimi, l’account Twitter rappresenta un’estensione della presidenza, visto che viene utilizzato abitualmente da Trump per annunciare nomine governative, difendere le proprie politiche e promuovere l’agenda legislativa. Ai cittadini, come in un dibattito pubblico, deve essere garantita la possibilità di replicare direttamente al funzionario. Anche se questo è l’uomo più potente del Paese.

Obama mandava la polizia a casa

Sempre a proposito di disparità di trattamento, è interessante notare che anche negli Usa lo strabismo è evidente. Quando Barack Obama fu attaccato sui Social, non ci fu lo stesso atteggiamento indulgente da parte dei tribunali americani. Clamoroso, e passato sotto silenzio, il caso di un ragazzino prelevato dai servizi segreti presidenziali nel cuore della notte. Reo di avere twittato frasi offensive nei confronti del primo presidente nero della storia. Pensate se lo facesse Trump con i tanti che gli augurano la morte. Due pesi e due misure a stelle e strisce.

 

Commenti

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  • Denis Clavio 10 luglio 2019

    QUESTA È LA DEMOCRAZIA SECONDO I DEMOCRATCI
    POI PARLANO DI DITTATURA FASCISTA

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