Salute, contro l’infarto ogni minuto conta. 10 di ritardo causano il 3% di morti in più

sabato 6 luglio 13:45 - di Redazione

Soccorsi tempestivi e adeguati in caso di infarto sono ancora più indispensabili di quanto si supponesse in passato. Ogni minuto conta, letteralmente. Se ne sta discutendo in queste ore a Matera, dove è in corso il convegno di presentazione di “Ogni minuto conta“, significativo titolo della campagna nazionale sulla gestione dell’infarto. Nuovi dati dimostrano l’esigenza di rivedere il limite golden hour di 120 minuti per intervenire, un’indicazione superata ormai dalle evidenze: nei casi gravi per ogni dieci minuti di ritardo, infatti, si registra un 3 per cento in più di mortalità: tre vite ogni cento che rischiano di interrompersi. Gli esperti puntano su due strategie: educare i cittadini a riconoscere rapidamente i sintomi di un infarto e migliorare l’organizzazione dei soccorsi, facendo sì che ogni mezzo di soccorso possa fare diagnosi con un elettrocardiogramma entro 10 minuti e che i centri senza servizio di emodinamica per l’angioplastica possano trasferire il paziente in ospedali che ne siano forniti con un ritardo non superiore a 30 minuti. Soprattutto negli ospedali dove c’è l’emodinamica occorre fare in modo che il paziente vi sia trasferito subito, senza passare dal pronto soccorso.

Presentata a Matera la campagna nazionale per la gestione dell’infarto

La nuova campagna, realizzata da “Il cuore siamo noi” con il patrocinio della Società italiana di cardiologia, evidenzia le due strategie principali per accorciare i tempi di accesso all’angioplastica con stent, intervento indispensabile per riaprire le coronarie colpite da infarto. «Sappiamo già che la rapidità dei soccorsi in caso di infarto è indispensabile», spiega Francesco Romeo, dell’università Tor Vergata di Roma. «È noto da anni – ha aggiunto – che un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può addirittura quadruplicare la mortalità dei pazienti. Gli ultimi studi clinici, che ormai coinvolgono migliaia di pazienti, hanno dimostrato però che non esiste in realtà un “tempo soglia” che permetta di discriminare tra intervento tempestivo o meno, ma che la prognosi del paziente peggiora in maniera continua all’aumentare del ritardo nel trattamento».

I cardiologi: l’Italia rispetta gli standard di qualità Ue

«Perdere tempo in caso di infarto -avverte Ciro Indolfi, dell’università Magna Grecia di Catanzaro – provoca sempre un inaccettabile aumento della mortalità: più si indugia maggiore è la quantità di muscolo cardiaco che viene perso e sostituito da tessuto fibroso, non contrattile, con importanti conseguenze nella qualità di vita del paziente». In Italia si effettuano ogni anno 158.689 angioplastiche coronariche e 37.135 angioplastiche primarie, un valore che ha permesso di superare il tetto delle 600 angioplastiche primarie ogni milione di abitanti definito standard di qualità europeo. «Tutte le linee guida più recenti della Società europea di cardiologia – ha concluso il luminare – sottolineano che l’angioplastica è l’intervento di prima scelta dell’infarto stemi e soprattutto che i ritardi nell’accesso sono l’indice più rilevante della qualità di cura».

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