Comuni, è allarme dissesto finanziario: 273 procedure in cinque anni

9 Lug 2019 16:05 - di Redazione

Il piatto piange. Soprattutto quello dei comuni. Tra il 2014 ed il 2018 sono infatti 273 i municipi italiani che hanno dichiarato difficoltà finanziarie tanto da avviare in 126 casi la procedura di dissesto. Nel solo 2018 sono stati registrati 75 nuovi casi di comuni italiani a rischio, con 45 procedure di riequilibrio e 30 dissesti, come nel 2017. Sono dati contenuti nel “Rapporto Ca’ Foscari sui comuni“, presentato in queste stesse ore al ministero dell’Economia e Finanze. Una vera e propria Caporetto della finanza locale che comincia (finalmente) a preoccupare anche il governo. «Siamo in una fase cruciale per far partire un tavolo di confronto sulle procedure di risanamento degli Enti locali, in modo che la proposta di riforma possa essere condivisa con tutti gli attori coinvolti. Gli amministratori vanno responsabilizzati e non crocifissi», ha sottolineato il vice ministro dell’Economia Laura Castelli, a margine della presentazione del rapporto. Quanto alla “mappa” dei dissesti, se la media italiana è di circa il 10 per cento di Comuni che hanno visto nel periodo situazioni di criticità ci sono regioni (soprattutto al Nord) che non ne hanno nessuno e casi come la Calabria, Campania e Sicilia, che ne hanno più di un terzo. L’andamento è crescente, in termini percentuali, al crescere della popolazione.

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Il rapporto Cà Foscari: «Devastante l’impatto del federalismo fiscale»

«La crisi e riforme difficili da implementare hanno reso difficile la gestione dei municipi» spiega Marcello Degni, docente a Ca’ Foscari. Ad esempio l’effetto dei tagli sul percorso di federalismo fiscale delineato dalla legge 42 del 2009 «è stato devastante: gli istituti fondamentali di quel disegno ne escono svuotati o stravolti». Da qui la necessità di individuare nuovi modelli di governance del territorio, innovazione sociale e partecipazione, nella prospettiva della co-creazione. Quanto alle soluzioni, il Rapporto avanza anche alcune ipotesi: se i comuni non possono fallire, oltre che regolare gli squilibri finanziari è necessaria la creazione di presupposti per una governance equilibrata e virtuosa, che comprenda garanzia di autonomia impositiva, capacità di riscossione delle entrate e crescita delle competenze (sblocco del turn over, formazione permanente, rescaling dimensionale).

Penalizzati soprattutto i comuni del Sud

«L’attuale quadro normativo che disciplina la criticità finanziaria, il Titolo VIII del Testo unico degli Enti locali, è evidentemente inadeguato se in un decennio ha prodotto “anomalie” per ben il 10 per cento dei comuni italiani», rilevano gli studiosi, indicando un’exit strategy che va in tre sensi: rafforzare le capacità dei comuni con attività formative e di sostegno costante; modificare la disciplina del dissesto, favorendo meccanismi più efficaci/efficienti di controllo e risanamento, che assicurino, tra l’altro, tempi certi per i debitori, gli amministratori e i cittadini; e terzo, a tale attività correttiva, affiancare un’attività di monitoraggio costante delle finanze dei comuni.

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