Autonomie, guai a lacerare il tessuto paesaggistico della Nazione italiana

giovedì 11 luglio 13:03 - di Luca Romagnoli

Scrive Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di oggi (in prima e poi sesta pagina), che nella bozza in discussione sulle autonomie regionali, il Veneto (la Regione trainante nella questione generale sull’autonomia) vuole ”Mano libera: anche nelle aree sotto tutela”.  La richiesta è semplice quanto diretta. È pericolosamente contraria all’interesse nazionale. Si vuole in sostanza la «potestà legislativa e amministrativa» sui «beni paesaggistici» corredata da  «il trasferimento delle funzioni» delle «Soprintendenze archeologiche belle arti e paesaggio» accompagnate ovviamente da «la funzione autorizzatoria (…) senza il parere della Soprintendenza».
Tutto questo prefigura scenari inquietanti per la continuità paesaggistica (e quindi per l’interesse nazionale oltre che per ragioni semplicemente ambientaliste). Certo balza agli occhi che la devastazione del paesaggio e del consumo insensato e speculativo del suolo che si è concretata negli anni della Repubblica (alla faccia del dettame costituzionale), a fronte delle politiche attuate dallo Stato italiano (in particolare nel “decennio fascistissimo” che ha preceduto l’8 settembre), ha visto ben protagoniste anche Lombardia,  Veneto ed Emilia Romagna. Non sono state “antropizzate” solo le coste calabresi, l’area Vesuviana, il litorale laziale. E vogliamo dire che nelle Regioni già autonome si è fatto di meglio?

Il consumo del suolo ha prodotto ecomostri

Da Termini Imerese alle coste sarde, così come in tante aree del “rosso” Trentino, il consumo del suolo ha prodotto “ecomostri” e cambiamenti di destinazione d’uso che hanno non solo stravolto il paesaggio, ma trasformato economie locali con esiti devastanti. Questo è avvenuto con la “complicità” dello Stato, ad esempio: a Gioia Tauro, come nella citata siciliana Termini I.; nelle “ricostruzioni” post sismiche della Campania; nelle sconsiderate e clientelari installazioni di pale eoliche appenniniche, quanto all’entrata della Valle dell’Adige. Questo affatto lungimirante maltrattamento del nostro paesaggio e quindi della nostra identità continua con la “fagocitazione” territoriale dei pannelli solari”.
Dai lidi ferraresi, al continuum urbano Adriatico, dalla Conurbazione genovese alle scelleratezze del Tarantino, del Pescarese, del Barese e del Sorrentino, potremmo continuare per pagine e pagine con citazioni esemplari anche condite di numeri.

Responsabilità per il futuro

Ora, abbiamo detto, che le autonomie regionali e locali sole, o lo Stato solo – e lo sottolineo dopo il fascismo –  hanno prodotto l’impiastro economico-paesaggistico che ci ritroviamo: non è un’osservazione fatta con soddisfazione; è un tant’è.
E per altri luminosi esempi di una siffatta demenziale, spesso criminogena, gestione del territorio e delle sue risorse culturali e paesaggistiche, rimando all’articolo citato (in particolare alla pagina 6) di Gian Antonio Stella.
Non possiamo e non vogliamo lasciare alle autonomie locali e regionali patrimoni paesaggistici e culturali che sono della Nazione italiana. Non è solo questione di principio identitario;  è responsabilità per il futuro.
Come qualcuno ebbe a dire, per Noi, “che siamo nostalgici del futuro” e che in ragione di ciò sappiamo scegliere e dobbiamo saper indicare la via per il miglior utilizzo delle nostre primarie e non delocalizzabili risorse, la sovranità dello Stato su queste materie non può venir meno.

Commenti

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  • Laura Prosperini 11 luglio 2019

    Niente autonomia, ci mancherebbe! Faremmo come la Catalogna e l’euro-pa ne sarebbe graditificata 8nel suo disegno di creare macroregioni senza troppe radici culturali e sociali, possibilemente)

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