La telefonata Salvini-Di Maio allunga la vita di Conte. E lui giulivo: “Andate in pace”

martedì 4 giugno 16:22 - di Marzio Dalla Casta

Se non bravo, il premier Conte si è mostrato accorto tempista nel presentarsi a petto metaforicamente ignudo davanti alla stampa per tirare, ancor più metaforicamente, le orecchie ai suoi irrequieti vice. Fosse rimasto ancora un po’ a bagnomaria in quel di Palazzo Chigi, l’unico Conte su cui avrebbero titolato i giornali di questi giorni sarebbe stato Antonio, già ct della Nazionale e ora allenatore dell’Inter. Ma l’altro Conte (in teoria il principale) ha fiutato in tempo il pericolo ed è corso ai ripari. Non che occorresse essere un cane da tartufo per accorgersi che né Di Maio né tantomeno Salvini se lo filavano più nonostante la domenica elettorale, il ribaltone percentuale, gli scazzi permanenti, i vertici di governo invocati e poi smentiti. Davvero troppo anche per un posapiano come Conte che, punto nell’orgoglio, si è finalmente deciso a battere un colpo per dire agli italiani quel che gli italiani già sapevano, e cioè che lui conta come il due di coppe quando la briscola è a spada. E da buon vaso di coccio ha implorato i vasi di ferro di non urtarsi. Missione più che compiuta stando al giulivo comunicato sfornato da fonti del governo un secondo dopo la notizia della telefonata distensiva tra Salvini e Di Maio. «Proprio come auspicato ieri nel discorso di Conte», hanno orgogliosamente rivendicato da Palazzo Chigi. Dopo averli visti sfancularsi e defolloverizzarsi reciprocamente su Instagram, ritrovarli ora attaccati al cellulare mentre si sentono in viva voce dev’essere stata, per il premier, un’emozione non da poco. Certo, ora la tentazione di gridare alla messinscena, alla sceneggiata decisa a tavolino con lieto fine incorporato, è forte. Ma si farebbe solo un torto al coraggioso Conte che sulla ritrovata intesa tra i suoi due sedicenti vice ci ha messo faccia, brillantina e pochette. Semmai  tornano in  mente le parole pronunciate da un Tale del passato a commento di una delle ricorrenti crisi tra Giolitti e i socialisti: «Tra loro esiste il broncio effimero degli innamorati, non già l’irreconciliabilità irreparabile dei nemici». Robe di un secolo fa, altro che le mirabilie dell’odierno cambiamento.

 

 

 

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