Grazia Deledda e il fascismo: quando il Duce mandò quella lettera a Claretta…

martedì 4 giugno 15:13 - di Massimo Pedroni

Con legge del Luglio del 1890 veniva concessa alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei Consigli d’amministrazione degli enti di beneficenza. E questo atto normativo, ai tempi, veniva considerato una conquista. La partecipazione,alla vita pubblica delle rappresentanti del “gentil sesso”, era configurata quindi in spazi iniqui e desolatamente angusti. Quell’opportunità, sembrava già un gran cosa. La strada da colmare per raggiungere la parità dei diritti politici, tra uomo e donna era ancora lunga. Molto lunga e accidentata. In questo contesto, con intento volutamente provocatorio nel 1909, Grazia Deledda, che da qualche anno si era trasferita a vivere a Roma, accettò la candidatura, offertagli dai Radicali nel collegio elettorale di Nuoro. Città natale dove aveva visto la luce il 28 settembre1871.

La Deledda e le antiche tradizioni sarde

Sotto un profilo squisitamente elettorale, l’esito della candidatura fu disastroso. Il futuro Premio Nobel Grazia Deledda, primo Nobel assegnato a una italiana, ottenne solamente 34 voti. Alcuni fanno risalire le cause del magro risultato, nel rapporto di tensione che si era venuto a determinare con i nuoresi. Le cause di questo stato erano molteplici. Le vicende che l’autrice aveva ambientato nella sua zona di origine, dalle quali faceva emergere aspetti di arretratezza complessiva. Non ultimo la scelta della scrittrice di trasferirsi nel “continente”. Cosa che fu letta, non senza fondamento, come una fuga da un luogo, per lei non adeguato al suo progetto di vita. Non essendo”femminista”, ma sensibile e attenta alle problematiche del mondo femminile, accettando di essere candidata, comunque aveva contribuito a smuovere un po’ d’ acque intorbidite da ottusi preconcetti. All’epoca dell’accettazione della candidatura, la scrittrice, si era già segnalata e fatta apprezzare per la sua attività. Suoi romanzi quali “L’edera”, “Cenere”, romanzo dal quale fu tratto un film con Eleonora Duse , avevano contribuito a porla all’attenzione della società letteraria.

Atmosfere “fantastiche”

Il suo lavoro fu gratificato ad esempio, dai giudizi di Giovanni Verga, Emilio Cecchi, Pietro Pancrazi. In una prima fase la critica, aveva catalogato le opere della Deledda nel filone del Verismo. Non tutta però sposò quest’orientamento. Proprio Emilio Cecchi nel “41 ebbe a scrivere: “Ciò che la Deledda poté trarre dalla vita della provincia sarda non s’improntò in lei di naturalismo e di verismo … sia i motivi e gli intrecci, sia il materiale linguistico in lei presero subito di lirico e di fiabesco. “. Non possiamo , lasciare cadere nel vuoto i termini “lirico e fiabesco” utilizzati da Cecchi. E qui che si apre uno spiraglio importante, poco noto, dell’attività della scrittrice. La narratrice, aveva dimostrato costantemente, interesse per sedimentazioni culturali molto ramificate e profonde, nel’immaginario del suo popolo. Alludo alla tradizione dei “Contos de fuchile”, racconti da focolare. Serate trascorse in famiglia, accanto al tepore del camino, con il gioco delle luci delle fiamme, che scolpiscono i volti in espressioni sconosciute. Inattese. Fiabe e leggende, in questo contesto riprendono corpo.

Una antica tradizione orale, che si perpetua. In montagne, grotte siti misteriosi e fantastici, sono nascosti tesori appartenenti a un lontano passato remoto. Tesori, alla guardia dei quali c’è il diavolo. Il maligno, il demonio è sempre molto presente. Questo è il fulcro di questi racconti. Densi di atmosfere fantastiche, minacciose, di inviti alla tentazione. A tutta questa linfa, la Deledda attingeva per alcune storie, e per dare ulteriore spessore complessivo ai suoi scritti. “Più di un pastore scampato miracolosamente alle disgrazie afferma di aver veduto il diavolo sotto forme umane o animali” dice la scrittrice sarda a margine di suoi studi sul demonio. L’attenzione su queste tematiche,sfociò in alcuni racconti per conto della Società italiana del folklore. Affrontare così apertamente tematiche, che si confrontano direttamente con il diavolo, possono facilmente essere confinati nel campo delle mere superstizioni ovviamente. Nel romanzo, “Canne al vento”, il suo più famoso, dove il titolo sottintende in modo trasparente la dirompente fragilità della condizione umana, la modernità entra in collisione con la stratificazione degli usi e costumi della Sardegna. Questa opera attirò, fra gli altri, l’’attenzione di D.H. Lawrence per le suggestioni primordiali che suggeriva, e le considerazioni sui costi umani che l’impatto con la modernità avrebbe comportato. La Sardegna nell’opera della Deledda assume il ruolo di : “luogo mitico archetipo di tutti i luoghi terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto … in cui si consuma l’eterno dramma dell’esistere.” Dino Manca introduzione a “L’edera”.

I rapporti con il fascismo

Il 15 Agosto del 1936 a Roma, il Premio Nobel di Nuoro esalava l’ultimo respiro. La scrittrice, quindi aveva vissuto, circa quattordici anni, durante il Regime Fascista. Attorno a questa circostanza sono fiorite due scuole di pensiero. Una che considera la scrittrice afascista. Una seconda quanto meno simpatizzante nei confronti del Regime. Una Deledda antifascista, che si sappia non è una ipotesi sostenuta da alcuno. Rapporti tra Mussolini e la vincitrice del Nobel, ci furono. Dettati quanto meno da doveri istituzionali. In occasione dell’assegnazione del premio il Capo del Governo, si espresse nel telegramma inviatole nei termini seguenti: “Vogliatevi prego gradire le mie congratulazioni in quest’ora il mondo consacra la vostra gloria di scrittrice italiana”.

Quando il Duce consigliò a Claretta un suo libro

Di buoni rapporti tra Mussolini e la Deledda, in certi ambienti letterari, se ne vociferava diffusamente. Tanto che in carteggi, tra Luigi Pirandello e Marta Abba, affiora l’ipotesi che il Duce, per quanto riguardava l’assegnazione del Nobel per la Letteratura del 1926 avesse perorato la causa dell’autrice sarda, a discapito del grande drammaturgo. In un romanzo “Annalisi Bilsini” del 1927, un anno dopo del ricevimento del premio, la scrittrice faceva dire a un suo personaggio a proposito di scontri tra giovani per motivi politici: “Da noi non succedono più queste cose. Da quando c’è lui tutti si vive in pace.” L’allusione è più che trasparente. Ma cosa ancor più compromettente, l’aver accettato nel 1930 di accettare la collaborazione alla stesura di un libro per la terza elementare. In esso si poteva tra l’altro leggere: “La mattina del 28 ottobre i fascisti avanzarono e entrarono a Roma perché Roma è la testa dell’Italia, che dopo la sua splendente vittoria nella Grande Guerra era rimasta senza testa”. Elementi a elementi, si andarono a sommare a carico dell’autrice. L’ombra, di una qualsivoglia sua simpatia nei confronti di Mussolini e il suo operato, serpeggiava in modo sempre più convinto. Comunque sia, l’opera della Deledda, è andata via via, sbiadendosi. Dalle antologie scolastiche contemporanee e quasi scomparsa. Cosa curiosa, il 14 marzo 1945 nel pieno di un clima tragico e catastrofico, in una lettera a Claretta, il Duce consiglia la lettura del bel libro dell’autrice sarda che gli fa pervenire. Senza specificarne il titolo nella missiva. E’ un dettaglio certamente marginale, ma l’invito alla lettura di un testo dell’autrice di Nuoro, nel contesto suddetto, evidenzia lo spessore e le doti evocative dei quali i suoi scritti dovevano essere forniti.

 

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