«Formidabili un cacchio quegli anni». Così Vespa demolisce il mito del ’68

sabato 15 giugno 16:30 - di Redazione
Vespa

Ah, com’era bello quando vestivamo in giacca e cravatta. E quando, soprattutto, trafelati per il caldo e l’emozione si scalavano i gradini della scuola per presentarsi così agghindati all’esame di maturità. Che tempi quei tempi, prima che la  demagogia del ’68 mandasse tutto all’aria in nome della “fantasia al potere” (che in Italia c’è sempre stata) e della guerra senza quartiere al principio d’autorità (che in Italia, salvo parentesi, non c’è mai veramente stato). A rimpiangerli si è aggiunto buon ultimo anche Bruno Vespa commentando su il Giorno la notizia della disposizione agli studenti da parte del ministro dell’Istruzione, Bussetti, di non presentarsi in short e infradito. «Quanti secoli sono passati e che cosa si nasconde dietro questa pudìca e allarmante raccomandazione? Una catastrofica perdita d’autorità nella scuola, un malinteso senso di democrazia che sembra autorizzare i giovani all’impensabile», ha scritto il giornalista ricordando il suo esame di maturità, nel 1962, «dove si portava il programma dell’intero triennio!».

Vespa rivaluta l’esame di maturità in «giacca e cravatta»

Altri tempi, altra scuola. Quella di Vespa, ricorda il giornalista, «era certamente autoritaria» . Tanto che «un terzo della nostra classe si ritirò dopo le vacanze di Natale». E ogni esame era una sorta di finale: «Il passaggio dalle elementari alle medie e soprattutto dalle medie alle superiori era epocale. Ma tutti i miei compagni di scuola si sono laureati e hanno avuto una vita professionale mediamente brillante», scrive ancora il conduttore di Porta a Porta.

«Con la scusa dell’autoritarismo hanno distrutto la scuola»

Poi però è arrivato il 1968 che «ha buttato il bambino con l’acqua sporca». E così, con l‘autoritarismo, «è stata uccisa l’autorità». Una catastrofe anche sul piano sociale. «I miei insegnanti – ricorda ancora Vespa – avevano stipendi dignitosi, ma erano gratificati soprattutto da un riconoscimento sociale indiscusso. Come i loro colleghi nella Lubecca di Thomas Mann, essi erano classe dirigente». Tutto il contrario di quel che accade oggi che «sono pagati male» e, per di più, «precipitati nella classifica del prestigio sociale». Il risultato è quanto mai desolante: «La cattiva scuola – è l’amara conclusione del giornalista Rai – ha formato progressivamente insegnanti spesso mediocri e cittadini spesso ignoranti, sprovvisti non tanto e non solo di cognizioni elementari, quanto privi di quella trasmissione di valori che dovrebbe essere alla base stessa dell’insegnamento». Com’è vero: tutt’altro che «formidabili» quegli anni.

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