Dopo lo scandalo dei tacchi a spillo Bellomo torna in cattedra. Gli studenti lo insultano

venerdì 7 giugno 15:57 - di Alessandra Danieli

Marco Bellomo torna in cattedra. Dopo la destituzione dell’ex toga del Consiglio di Stato per “aver leso la dignità della magistratura” con lo scandalo dell’’abbigliamento (tacchi a spillo e minigonna) imposto alle allieve vincitrici della borsa di studio della sua scuola, il gran ritorno. Spavaldo non si pente di nulla. Presente alla Fiera di Roma dove si svolgono gli esami scritti per diventare magistrato, Bellomo, incurante del coro di insulti di alcuni studenti che gli gridano “Vergogna”, si lascia intervistare dal Corriere della Sera mentre si aggira tra i ragazzi «come ogni volta che c’è una prova d’esame, per illustrare lo schema di svolgimento delle tracce ai suoi allievi e a chiunque voglia sentirmi».

Dopo lo scandalo, Bellomo torna in cattedra

Dov’è lo scandalo? «Non mi è chiaro il concetto di inopportuno, me lo spieghi in italiano se ne è capace», dice al giornalista. «Non mi posso pentire di cose che non sono scorrette. È successo tutto per nulla. Anche se a posteriori avrei evitato il nulla», conferma a proposito del dress code imposto alle borsiste con tanto di contratto. Da un anno e mezzo, da quando è stato destituito, non lo utilizza più, «ma era un contratto assolutamente regolare – spiega – ho fatto ricorso al Tar ma, nell’attesa, sarei uno stupido se non tenessi conto della sanzione disciplinare». Lo scandalo scoppiò circa un anno fa, dopo la denuncia del padre di una delle sue allieve che scoperchiò quello che ancora oggi rappresenta un caso più unico che raro. Bellomo, infatti, oltre a essere consigliere di Stato era docente in una scuola di preparazione ai concorsi in Magistratura, la Diritto e Scienza di cui è anche proprietario. Le accuse di aver imposto minigonne e tacco 12 alle studentesse e di aver avuto rapporti sessuali con alcune di loro gli costarono la destituzione dalla magistratura.

«Un magistrato non deve insegnare l’etica»

«Un magistrato non deve insegnare l’etica», incalza l’ex togato spiegando al Corriere che l’abbigliamento imposto riguardava «eventi mondani organizzati dalla mia società dove è ordinario quel look. E poi c’erano esigenze promozionali. Il contratto non riguardava solo le ragazze ma anche i ragazzi. Era previsto che svolgessero anche attività promozionale per la società». E giù perle di saggezza: «Siamo in un periodo storico in cui troppo spesso si richiama la morale. Ci sono saperi scientifici di maggior consistenza. Voi vi attaccate ossessivamente a questa parola ma i magistrati non devono insegnare l’etica, quello è il ruolo dei filosofi».

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