Borsellino, il giallo dei nastri spariti con le intercettazioni di Scarantino, pentito depistatore

venerdì 14 giugno 18:50 - di Redazione
VINCENZO SCARANTINO E LA MOGLIE ROSARIA BASILE

Ore e ore di registrazioni delle chiacchierate telefoniche, intercettate, del collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino, il sedicente pentito che ha contribuito a depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio in cui morì il giudice Paolo Borsellino e i 5 agenti della sua scorta, sono al centro di un clamoroso giallo perché quelle 19 bobine che dovrebbero contenere i colloqui del mafioso sono magicamente comparse alla Procura di Messina titolata ad indagare, per competenza territoriale, sui colleghi magistrati di Caltanissetta.
Ed è proprio dai pm di Caltanissetta che arrivano quei 19 nastri – sembra ce ne siano anche altri in arrivo – consegnati al Racis dei Carabinieri di Roma per eseguire, il 19 giugno prossimo, accertamenti tecnici non ripetibili nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Messina sul depistaggio di via D’Amelio.
I nastri all’interno di 19 microcassette contenenti le intercettazioni del sedicente pentito Vincenzo Scarantino sono alla base dell’avviso di accertamento tecnico non ripetibile inviato, due giorni fa, sia alle parti offese che ai due magistrati indagati nell’ambito dell’inchiesta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia, che devono rispondere di calunnia aggravata in concorso.
Il primo dei numerosi gialli riguarda il contenuto delle 19 microcassette. Contengono, effettivamente, le intercettazioni delle telefonate del sedicente pemntito Scarantino?
E per quale motivo nessuno ne conosceva in precedenza l’esistenza?
E poi: sono mai state ascoltate dai magistrati della Procura di Caltanissetta che le avevano in archivio prima di spedirle ai colleghi messinesi?

Il Procuratore di Messina, Maurizio de Lucia, che coordina l’inchiesta, vuole verificare se su alcune di quelle cassette con le intercettazioni di Scarantino, ritrovate di recente dalla Procura di Caltanissetta, ci siano impronte o altre tracce utili.
Il contenuto delle bobine, in effetti, potrebbe aiutare a ricostruire la complessa macchina del depistaggio attorno al falso pentito, condannato in passato per calunnia proprio nei confronti di alcuni magistrati che indagarono su via D’Amelio.
Cosa c’è in quelle intercettazioni?

Per inquadrare bene la questione bisogna fare un salto all’indietro nel tempo. E tornare all’estate del 1995, quando Scarantino, che aveva appena cominciato a collaborare con la giustizia, viene trasferito, con tutta la famiglia, in una località protetta, in Liguria, a San Bartolomeo al Mare, in provincia di Imperia.

Il periodo è delicato e pieno di contraddizioni. Molte le lacune, con i racconti fatti da Scarantino ai poliziotti che lo seguivano e, poi, ritrattati. Più e più volte.
Proprio di recente sono stati depositati agli atti del processo sul depistaggio che vede alla sbarra, a Caltanissetta, tre poliziotti: Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia aggravata, nuovi documenti fra cui anche uno comprovante l’esistenza di un decreto di autorizzazione alle intercettazioni del telefono fisso di Scarantino nella sua abitazione a San Bartolomeo al Mare.
Ma, incredibilmente, mancano sia i brogliacci sia i singoli decreti autorizzativi. E, naturalmente, non c’è traccia delle relative bobine.
Un bel mistero. Ma, come si è visto, non l’unico.

Quello di Scarantino è un vero e proprio balletto di racconti e smentite.
Il falso pentito svela, inizialmente, ai magistrati di conoscere i retroscena della strage di via D’Amelio.
Poi, però, cambia idea. E dice di non averne mai saputo nulla. Dopodiché torna, di nuovo, sui suoi passi.
Oltretutto, in un primo momento Scarantino sostiene che i suoi “suggeritori”  sarebbero stati i tre poliziotti e i magistrati che conducevano le indagini. Nei guai finisce anche un’icona dell’Antimafia militante come il pm Antonino Di Matteo.
Poi Scarantino cambia idea anche su questo. Come è accaduto anche nell’ultima udienza, a fine maggio, davanti al Tribunale di Caltanissetta, nel corso del controesame: «Il dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, il dottor Carmelo Petralia (ora indagato assieme alla collega Palma dalla Procura di Messina, ndr) neppure. Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage. Io ho sbagliato una cosa sola: ho fatto vincere i poliziotti, di fare peccare la mia lingua e non ho messo la museruola..», aveva detto Scarantino nascosto da un paravento bianco.
Ma, oramai, la sua credibilità è ai minimi storici.

Il colpo di scena è arrivato a metà udienza del processo sul depistaggio sulla strage Borsellino, quando l’ex-pentito di mafia ha ritrattato, a sorpresa, le accuse che aveva lanciato in passato ai magistrati che indagavano sulla strage di via D’Amelio.
Scarantino aveva accusato i pm che all’epoca prestavano servizio alla Procura di Caltanissetta, sostenendo di aver tirato in ballo alcuni mafiosi imputati perché ”sollecitato” dai pm Antonino Di Matteo, Annamaria Palma e Carmelo Petralia ma anche Giovanni Tinebra.
Poi, negli anni, la retromarcia
. L’ennesima.
«I poliziotti mi hanno fatto credere che i magistrati sapevano ogni cosa», disse il sedicente pentito in aula a fine maggio.
«Io mi trovavo nel deserto dei tartari – raccontava Scarantino – La Polizia mi aveva convinto che poliziotti del gruppo “Falcone e Borsellino” e i magistrati fossero la stessa cosa ecco perché sono arrivato ad accusare i magistrati. Io ero un ragazzo rovinato dalla giustizia, non ero un collaboratore di giustizia. I magistrati mi contestavano le cose tre o quattro volte, quando non capivo niente, io uscivo e poi trovavo la risposta che dovevo dare ai magistrati. Se io ho coinvolto i magistrati è perché i poliziotti mi hanno fatto credere che fossero un’unica cosa».

Gli altri misteri ruotano attorno al telefono di Scarantino a San Bartolomeo.
Nel processo Borsellino bis è stato sentito, fra i testi, anche Luigi Mangino, un funzionario del servizio di protezione al quale venne chiesto se, nella casa di San Bartolomeo, Scarantino avesse un telefono, ma Mangino non ricordava la circostanza.
Solo successivamente venne accertato che effettivamente Scarantino aveva un’utenza fissa. Ma, spulciando fra le carte, emerge pure che non si trovano i brogliacci e le bobine ma solo un decreto di intercettazione disposto dalla Procura di Caltanissetta proprio sul telefono fisso di San Bartolomeo, a partire dalla stessa giornata in cui viene installato il telefono.

Un altro giallo riguarda l’intervista rilasciata in quel periodo da Scarantino al giornalista di Mediaset Angelo Mangano.
Nel contratto di collaborazione firmato con lo Stato quando decise di parlare con i magistrati c’era scritto chiaramente che se avesse rilasciato un’intervista sarebbe stato subito espulso dal programma di protezione.
In realtà non è accaduto nulla di tutto ciò. Perché?
Sentito sull’intervista, Mangano ha detto di non averne mai saputo niente.
L’interrogativo che ci si pone a questo punto, a prescindere dal contenuto dei 19 supporti magnetici che non sono mai stati aperti, è perché quei nastri siano finiti sul tavolo del Procuratore di Messina.

 

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