Svolta della Cassazione: «Padre Graziano colpevole di omicidio anche senza cadavere»

martedì 21 maggio 16:08 - di Fortunata Cerri

«Colpevole di omicidio anche senza cadavere». La Corte di Cassazione ha depositato le motivazioni della condanna definitiva per padre Graziano, a 25 anni di carcere per la morte di Guerrina Piscaglia, che sta scontando nel carcere romano di Rebibbia. Nel frattempo, scrive il Corriere di Arezzo, l’Ordine dei frati Premostratensi ha avviato la procedura di espulsione e svestizione di Gratien Alabi Kumbayo (vero nome del sacerdote congolese), ritenuto colpevole di omicidio volontario e soppressione di cadavere. Benché manchi il corpo e non ci sia una prova lampante, la cosiddetta “pistola fumante”, secondo la Suprema Corte «si è registrata una piena convergenza di elementi indizianti a carico dell’imputato, ritualmente acquisiti e tali da confinare il dubbio circa l’esistenza dell’omicidio e la sua attribuibilità all’imputato, nell’area dell’assoluta irragionevolezza». In 57 pagine viene sintetizzata la storia di Cà Raffaello (Arezzo), iniziata il primo maggio 2014 e conclusa il 22 febbraio scorso con il giudizio di terzo grado, che ha confermato la responsabilità del sacerdote congolese, 50 anni il prossimo dicembre.

La sentenza della Cassazione

C’è stato davvero un omicidio? I giudici rispondono sì. «L’omicidio volontario di Guerrina Piscaglia è frutto di apprezzamento logico derivante da una serie di evidenze indirette» e «l’attribuzione omicidiaria a Gratien Alabi è anch’essa frutto di elaborazione e valutazione congiunta di prove indirette, non essendo stata acquisita nessuna fonte dimostrativa che abbia percepito, nella sua materialità, il fatto storico oggetto dell’imputazione». Tutte le altre ipotesi alternative, fuga e suicidio in primis, non hanno alcun fondamento e vanno confinate «nell’area della irragionevolezza!. Per la Cassazione la sentenza della Corte di Assise di Arezzo, poi confermata dalla Corte di Assise di Appello di Firenze con alcune differenze nelle motivazioni “costituisce un tutto coerente e organico: ogni punto di essa non può essere preso a sé, ma va posto in relazione agli altri.” Come il disegno che viene fuori da un mosaico. Non è riuscito, dicono i giudici, il tentativo di “disarticolazione” fatto dalla difesa di padre Graziano, con gli avvocati Riziero Angeletti e Francesco Zacheo: “infondato” il ricorso da loro presentato per annullare il verdetto di condanna. Le motivazioni della Cassazione sono destinate a fare giurisprudenza per casi analoghi di processi indiziari con assenza di cadavere. I giudici si soffermano sul valore degli indizi e sul quadro grave, preciso e concordante che possono formare assieme, anche se presi uno ad uno possano avere un diverso grado di forza.

Le motivazioni

Respinte le richieste della difesa che voleva risentire testimoni già ascoltati in incidente probatorio e lamentava l’esclusione di un suo consulente esperto in materia di celle telefoniche e tabulati. Nulla, poi, avrebbe cambiato la sostanza del processo. Su zio Francesco, personaggio di manifesta “inverosimiglianza” tirato in ballo da padre Graziano per allontanare da sé la responsabilità: «Se l’incontro posteriore al primo maggio tra padre Graziano, Guerrina e zio Francesco fosse realmente accaduto ci si sarebbe dovuti attendere da padre Graziano un comportamento del tutto diverso, consistente nel disvelamento alle forze dell’ordine e ai familiari della donna di quanto accaduto». Non parlò per segreto confessionale? Fandonie. Per la Cassazione, verso le 14 del primo maggio 2014 l’incontro tra il prete e la parrocchiana è “un fatto storico”. Ci fu. Venne vista andare verso la canonica e ci fu uno scambio di telefonate e messaggi che si interrompe. Determinanti le attività svolte successivamente con il telefonino della Piscaglia, durante il pomeriggio in cui il frate andò a Sestino per un funerale e una messa. «… ne deriva che l’affermazione per cui Guerrina Piscaglia ha trovato la morte per mano di padre Graziano in quello specifico frangente non può dirsi né illogica né tantomeno apodittica, ma rispondente ai canoni di valutazione della prova indiziaria».

Resta il dubbio su dove sia avvenuto il delitto: se all’esterno oppure in canonica, a causa del ritardo delle indagini, proprio per il depistaggio di Alabi, partite quattro mesi dopo. A questo proposito si legge che il marito Mirco venne utilizzato fin da subito da padre Graziano come “autore mediato di una falsificazione”: gli venne fatto credere che la moglie era scappata con un marocchino affinché accreditasse questa tesi. Sul rapporto tra Guerrina e il prete si definisce plausibile la “relazione sentimentale e sessuale”. Anche se lei disse di non essere corrisposta per “proteggere la persona amata”. Il turbamento degli ultimi giorni: “una acuta sofferenza emotiva che avvalora la tesi per la delusione per un comportamento dell’uomo teso a non aderire più alle prospettive coltivate dalla Piscaglia”. I suoi sogni si infrangevano sul trasferimento annunciato dal vice parroco e la decisione di non lasciare l’abito. Il movente. “La ragione essenziale del delitto viene ravvisata nelle difficoltà insorte nella relazione sentimentale”. Conferma, la Cassazione, l’alto valore e la correttezza di acquisizione del messaggino che inguaia padre Graziano, quello inviato col cellulare di Guerrina al prete che solo lui conosceva.

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